La doppia morale di Confindustria

Ma in che mondo siamo, direbbe un vecchio moralista. La zuppa non ce la fa davvero più

Ma in che mondo siamo, direbbe un vecchio moralista. La zuppa non ce la fa davvero più. Potevamo sopportare che il capo degli scout grattasse i soldi al partito, di cui nel frattempo era diventato tesoriere, per comprarsi «er villone de Velletri». La politica, si sa, guasta tutto. Ma la Coppola, no. La Cristina Coppola, la vicepresidente della Confindustria che proprio nei giorni scorsi aveva portato tutto il comitato sud a votare per Squinzi. La donna delle legalità, pizzicata ieri da Fittipaldi dell’Espresso a sconfinare per 27 milioni sul conticino in banca delle sue imprese. Con polemiche bancarie annesse. Pare che il direttore della sua filiale (Banca Intesa di Napoli) sia stato subito rimosso e licenziato. 27 milioni: il doppio della casetta in Canadà. Signori, la Coppola. Solo due settimane fa diceva a Massimo Franchi su l’Unità: «Oggi lo spread negativo tra un’azienda del Sud e una del Nord lo si misura in banca: in quel punto di interesse in più che gli istituti di credito chiedono nel Mezzogiorno. La proposta di Montante (un rating antimafia che più o meno dovrebbe fornire la Confindustria stessa) opera concretamente per tagliare questo spread». Ma come la signora Coppola ha fatto da sola? Lo spread se lo è tagliato autonomamente. O con l’accordo del suo direttore di banca? Non ci possiamo credere: la Coppola, l’antimafia, gli imprenditori sani, le battaglie civili. Tutte palle.

Che si fa per uno sconfinamento in banca. Siamo sicuri che la signora saprà giustificarsi un po’ meglio di come abbia prontamente fatto con l’Espresso: «Le dico, in primis, che io non sono amministratore delle società finite in questa vicenda». Troppo comodo, signora Coppola. Chieda a sui vicini di banco Montante e Lo Bello (gli uomini che hanno fatto della lotta alle illegalità del Sud il proprio vessillo) come si comporterebbero in un caso simile? Raus. Fuori da Confindustria.

****

A Milano nella piccola city finanziaria non si parla d’altro che del caso Fonsai. La vicenda è semplice. Un paio di investitori danarosi (ma la lista si sta allungando) ha messo il bastone tra le ruote al salvataggio pensato da Mediobanca e Unicredit. Insomma Arpe e Meneguzzo, i due maverick della finanza italiana, hanno pensato bene di rompere le uova nel paniere di Nagel e Ghizzoni, le cui banche hanno tutto l’interesse per i prestiti concessi a che l’operazione vada in porto così come da loro disegnata. E fino a qua la vicenda commerciale, per così dire. Ma di mezzo c’è il numero uno delle Generali Perissinotto (compagnia in mano proprio a Mediobanca) che è amico di vecchia data proprio di Meneguzzo. E, si dice, legittimamente interessato a che la creazione di un nuovo grande gruppo assicurativo non crei troppi problemi alle sue Generali. Ebbene, la battuta più bella l’ha fatta uno dei grandi attori di tutta questa partita. «Lo sanno anche i sassi che tra Perissinotto e Meneguzzo c’è un grande rapporto. E proprio per questo è da credere al fatto che Perissinotto nulla sapesse del blitz anti-Mediobanca. È come quei gialli che partono con il sangue della vittima sui vestiti del presunto colpevole. Alla fine si scopre che il colpevole è un altro». Sarà vero? Ciò che è certo è che nelle ultime ore circola sempre con maggiore insistenza la voce di un possibile aumento di capitale delle Generali. Una voce per alimentare, se possibile, gli imbarazzi di Perissinotto.