Dove c’è cultura è il posto di Dio

C’è bisogno di Dio. L’Economist lo traduce, nei luoghi in cui l’umanità non è costretta, in nome di Dio, a vivere in guerra, in una irrefrenabile produzione di cultura: mostre, spettacoli, film, teatro, letteratura, festival: the place of God. I luoghi di pace, le grandi capitali dell’Occidente, sono attraversati da una frenetica attività culturale che li agita e li anima in una concorrenza di desideri e di eventi. Si tratta evidentemente di manifestazioni di spiritualità, tanto più autentiche quanto meno rituali, estranee all’esercizio ripetitivo di culto che caratterizza, in una solida integrità di fede, la religione musulmana.
Tocca alla cultura, dunque. E, come nella religione dei santi e dei martiri, richiede gesti esemplari, richiede pathos. Ho più volte ricordato l’assimilazione che Stockhausen fece, fra l’attentato dei kamikaze alle Twin Towers e l’opera che qualunque artista avrebbe desiderato concepire. Tragica performance, azione teatrale, Apocalisse. Nella visione a distanza, nella rappresentazione distaccata, attraverso il video, realtà e finzione si confondono, e l’offerta di morti accresce il pathos, favorisce lo spettacolo, ma, in quanto vera, non appare verisimile. Il gesto la travolge, la traduce in immagine, in rappresentazione. D’altra parte anche la costruzione delle piramidi, che abbiamo di fronte, richiese un grande sacrificio di uomini. Le grandi opere, le piramidi come le cattedrali, sono state costruite con il contributo di morti che nessuno ricorda e che non hanno macchiato o oscurato la gloria delle architetture e dell’ingegno umano che le ha volute.
Amministrando la cultura a Milano, dove la frenesia di imprese culturali non conosce limiti nelle fantasie, ma solo limitazioni nella possibilità di realizzarle, ho raggiunto la convinzione che occorra occupare, con piena responsabilità, the place of God. Pensando a Dio, soprattutto, e non soltanto limitandosi a occuparne il posto. L’analisi di un notevole testo di un autore italiano, Massimo Sgorbani, «Le cose sottili nell’aria» e «Dove ci porta questo treno blu e veloce» in cui la realtà più turpe si rigenera nella lingua, mi induce a alcune osservazioni: la regista Andrée Ruth Shammah, titolare del Teatro Franco Parenti, intende la religiosità di quei testi, nello spirito di Giovanni Testori e in sintonia con le visioni estreme di artisti come Varlin e Antonio Lopez Garcia. Sente e vede, anche nella realtà più turpe, una profonda religiosità dell’uomo, la sua necessità di parlare con Dio.
Così i suoi attori: Sabrina Colle, Ivana Monti e Mario Sala, assumono le parole come una preghiera, come una invettiva, come un lamento. La lingua si agita in loro e vive. La realtà ha bisogno di visionari. Il richiamo a Testori, e alla sua spiritualità ossessiva, esclude ogni residuo naturalistico. Dalla quotidianità, dalla malattia, dalla insoddisfazione di vite insufficienti, tormentate esce una verità che trasforma il teatro in un Santuario, in un luogo di esercizi spirituali, dove l’uomo è posto di fronte alla sua miseria. Lo scenario della Shammah non deriva da Caravaggio, ma dai Sacri Monti, dal gran Teatro montano allestito con statue e affreschi di Gaudenzio Ferrari e Tanzio da Varallo, dove il pathos è più forte della realtà.
Allo stesso modo, la deformazione della parola nel testo di Sgorbani ci trasferisce in una dimensione di interiorità svelate, di verità rivelate. L’umanità ci appare nella sua miseria, senza compiacimenti, senza virtuosismi, come nella nenia della prostituta kosovara interpretata da Sabrina Colle. Alla fine ciò che non ci riguarda, ci coinvolge. E troviamo spiritualità nel luogo più infimo, nell’uomo più spregevole. Ciò che preme e ci investe, è l’insorgere della vita contro la forma. Il fuoco sotto la cenere.
Vittorio Sgarbi