Due idee per la cultura

«Crescere vuol dire aprire e modernizzare la mentalità con cui affrontiamo i problemi della cultura e della preziosa eredità di esperienza, di pensiero e di vita che abbiamo alle spalle e che è garanzia del nostro futuro». Con queste parole, nel suo discorso alla Camera, Silvio Berlusconi ha posto il tema della cultura alla pari di quelli economici, dell’ambiente, della salute. Gliene va dato atto, tanto più che proprio i problemi della nostra cultura – e dei nostri beni culturali – vengono trattati in modo neppure del secolo scorso, ma addirittura ottocentesco. Come ben sappiamo, non siamo ancora riusciti a valorizzare quell’enorme e preziosa eredità: soltanto per citare un aspetto, musei che da soli potrebbero rendere come una piccola industria sono in passivo a causa di gestioni arcaiche e clientelari. Il problema è squisitamente politico e di gestione, e va affrontato – anche - con piglio manageriale e intraprendenza.
Qualche esempio? Con altri mille ho sottoscritto l’iniziativa di Alain Elkann «Italia, Paese della cultura e della bellezza». Il documento relativo è già nelle mani di tutti i neoparlamentari e contiene lo strumento più semplice ma – a quanto pare – più raro: idee. Si va dall’incremento delle nuove tecnologie per gli archivi alla promozione dell’apprendistato per l’artigianato artistico; dalla promozione della cultura italiana all’estero, che necessita di un coordinamento centrale, alla formazione di imprese giovanili che, aumentando l’occupazione, assicurino una gestione adeguata del patrimonio «minore», di proprietà degli enti locali; dall’apertura dei conservatori ai minori alla necessità che la nomina alle direzioni dei teatri non sia politica (come dovrebbe accadere anche per le Asl).
Lasciamo cadere i panni curiali e pensiamo anche economicamente ai problemi della cultura. Attualmente le risorse che le sono destinate rappresentano lo 0,30 per cento del bilancio dello Stato. Occorre arrivare almeno allo 0,50 per avvicinarci – almeno – a quanto si fa in altre grandi nazioni: oggi siamo al decimo posto in Europa; nel 2006 abbiamo speso (più che investito) 2000 milioni di euro contro gli 8.444 della Francia, gli 8000 milioni della Germania, i 5100 milioni della Gran Bretagna. Investendo di più saranno maggiori i ricavi che ci verranno dal turismo e dall’indotto. Anche il turismo ha bisogno di un riallineamento fiscale simile a quello dei nostri principali concorrenti: la nostra aliquota Iva attualmente è del 10 per cento, contro l’8 della Grecia, il 7 della Spagna, il 5,5 della Francia. Occorre prevedere un percorso graduale di abbassamento di un punto l’anno. È poi necessario - come avviene nei principali Paesi europei e negli Stati Uniti - che contributi, donazioni e lasciti per la cultura godano di un credito d’imposta del 15/20 per cento.
Va da sé che i provvedimenti economici, per quanto indispensabili non sono sufficienti. Un episodio di questi giorni – denunciato proprio dal Giornale – è indicativo di come il concetto stesso di cultura sia svilito proprio nei luoghi e nelle menti che più dovrebbero rappresentarlo. Parlo del caso del docente di filosofia (e dispensatore di lezioni morali su tutti i media) colto ripetutamente a plagiare testi altrui, recidivo anche dopo due condanne. Il vero scandalo non è lui, bensì che parte del mondo accademico si sia mobilitato per giustificarlo; e che nessuno abbia fatto niente per impedirgli di continuare a stare in cattedra. Da dove, adesso, potrà essere soltanto un cattivo esempio, quindi un cattivo maestro. A commento di questo scandalo vero, Renato Cristin ha scritto che «L’Italia è, sotto il profilo della coscienza culturale e civile, una nazione alla deriva, che ha perduto i criteri con cui distinguere ciò che vale da ciò che non ha valore, capire chi è onesto e chi è un impostore». Concordo con lui: uno dei punti irrinunciabili del governo e del ministro Bondi (auguri!) dovrà essere la difesa e la diffusione dell’onestà intellettuale. Senza la quale non c’è cultura che tenga.
Giordano Bruno Guerri
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