Il Duomo torna bianco così i maestri cancellano il tempo e lo smog

Viaggio nel cantiere dove 60 restauratori da due anni e mezzo lavorano per ridare luce al marmo della cattedrale. «L’inquinamento è il nostro principale nemico»

Matteo Chiarelli

Tra un colpo di martello pneumatico e un rullare di trapani elettrici, la facciata del Duomo di Milano sta pian piano riacquistando l'originario splendore. E a lavorare sapientemente i marmi della cattedrale sono una sessantina di operai della Veneranda Fabbrica, specializzati nel restauro. Alcuni di loro prestano servizio nelle cave di Candoglia, dove ancora oggi, dopo secoli, si estrae il marmo necessario alla chiesa. Altri sono in un laboratorio dove vengono ricostruite, secondo i modelli originali, le strutture marmoree da sostituire. Altri ancora invece, circa una trentina, hanno passato gli ultimi due anni e mezzo sulle impalcature montate a ridosso della facciata. Si potrebbe dire che il Duomo sia davvero nelle loro mani.
«A me piace questo lavoro». È Silvano Cirimbelli a parlare, muratore specializzato, da tempo impegnato nel sempre aperto cantiere della cattedrale. Lo incontriamo all'opera proprio sulle impalcature di facciata della cattedrale, dove l'ingegner Mörlin Visconti Castiglione, direttore della Fabbrica, ci conduce in visita. «Ormai - prosegue Silvano - ho tanto lavoro alle spalle eseguito per il Duomo». «Qui stanno rifacendo un tassello d'angolo - interviene Mörlin -, stanno rimuovendo un pezzo di marmo rovinato, per poi alloggiare il nuovo blocco». Sotto lo strato di marmo appena rimosso appaiono alcuni mattoni in cotto: «Questi sono mattoni che risalgono al tempo di Napoleone - continua l'ingegnere -. Siamo nella zona della facciata che fu realizzata intorno al 1810». E proprio per volere di Bonaparte che, dopo secoli di dibattiti e progetti mai attuati, fece finalmente portare a termine i lavori. Silvano ha appena finito di trapanare: «Ho tolto un blocco di marmo. Era rotto sia all'interno sia all'esterno. Ora dobbiamo ordinare il pezzo nuovo che entro due o tre giorni sarà qui». Sembra stanco: «Si soffre un po' il caldo - ammette -, ma questa parte di lavoro è, forse, la più semplice. Più in alto invece, quando eravamo nella zona delle guglie, che ormai abbiamo completato, c'era molto più da fare, c'era tanto ferro vecchio».
Mentre continua il nostro tour sui ponteggi, l'ingegner Mörlin ci mostra lo stato dei lavori: «Questa statua di San Zaccaria abbiamo dovuto sostituirla perché era troppo rovinata». E la colpa, come al solito, è da imputare all'inquinamento: «Sì, il degrado e certe rotture avvengono principalmente per l'inquinamento ma anche per altre cause, come quelle strutturali, piccoli assestamenti che formano crepe, oppure per l'azione del caldo e del freddo». Ci viene indicata una lastra di marmo ancora in via di sostituzione che appare estremamente rovinata: «Questo marmo - afferma Mörlin - rimane immerso nell'aerosol della nebbia milanese per troppi anni. L'effetto chimico lo comincia a disgregare e in seguito intervengono il caldo e il freddo. Dai e dai il materiale cuoce completamente, si polverizza nella parte superficiale e perde completamente di coesione».
Ci chiediamo, allora, se i continui restauri che interessano la cattedrale meneghina siano forse causati dalla tipologia particolare del marmo di Candoglia. «Il marmo del nostro Duomo - ci risponde - è un carbonato di calcio e per consumarlo in realtà basterebbe del succo di limone, che è un acido modesto. I marmi travertini invece, come quello della Cattedrale di San Pietro a Roma, presentano gli stessi fenomeni di usura per le azioni atmosferiche e le stesse rotture meccaniche, ma resistono un po' di più all'aggressione chimica». Dopo i restauri in facciata del 1972, quindi i successivi sul lato nord, poi sul lato sud e in ultimo quelli all'abside, terminati circa quattro anni fa, si è riattaccato di nuovo con la facciata: «Noi abbiamo una manutenzione programmata. E' un lavoro continuo. C'è tantissimo da fare. Basti pensare, ad esempio, che solo sulla facciata ci sono tre chilometri di lesene su cui dover operare e oltre quattrocento pezzi di statuaria».
Mörlin ci mostra, poi, i «doccioni» laterali che scolano l'acqua piovana: «Ultimamente con una telecamera abbiamo fatto una videoispezione nei canali interni dei doccioni, per riuscire ad analizzarne il percorso e poterli quindi intubare con un materiale plastico che aderisca alla struttura ed eviti così i problemi d'infiltrazione d'acqua in caso di intasamento». Gli interventi di manutenzione alla cattedrale sembrano davvero non finire mai (la conclusione è prevista fra un paio d’anni). «Il lavoro viene bene - commenta infine Mörlin -, purtroppo è un po' lungo».