Dura, cinica, allegra sfila la Milano del grande schermo

Da «Rocco e i suoi fratelli» a «Ratataplan», da Antonioni a Risi: i film e i registi che hanno rilanciato il ruolo della metropoli ambrosiana come scenario di pellicole di qualità

Adriano De Carlo

La capitale del cinema è Roma, per scelta storica e politica, come quando Mussolini decise di trasferire gli studi televisivi da Tirrenia a Roma. Fu l’inizio di una sorta di trionfalismo alla vaccinara, con i telefoni bianchi tenuti però in vita da attori come Antonio Gandusio, Nino Besozzi e Alberto Rabagliati, che erano tutto meno che romani. Gandusio, nato in Croazia, visse e morì a Milano, interpretando il «cumenda» dal cuore in mano, come Nino Besozzi, milanese purosangue, prima giovane attore e nel dopoguerra anche lui condannato a ruoli di imprenditore lombardo, tutto impeto e poco cervello.
Fino a Rabagliati, all’inizio cantante confidenziale, idolatrato dalle fanciulle degli anni Trenta, ed in seguito gioviale rappresentante della Milano che sa sorridere. Persino una sfortunata trasferta ad Hollywood, che voleva farne un altro Valentino, lui, che era davvero il milanese che oggi non c’è più. E pensare che uno dei film più rilevanti dall’avvento del sonoro era ambientato in una Milano che già allora mostrava la sua vocazione industriale, la sua capacità di cavalcare il progresso con l’intensità professionale ed il cuore chiuso in un cassetto, ma pulsante: Gli uomini che mascalzoni (1932), dove un giovane e sparuto Vittorio De Sica inseguiva un suo sogno d’amore. Sommersa dal pregiudizio prefabbricato, Milano era la cenerentola del nostro cinema, buona per qualche scorcio in episodi di scarso rilievo.
Un pugno di registi nati a Milano cercheranno nel dopoguerra di rovesciare questa tendenza, primo tra tutti il grande Luchino Visconti, nato nel 1906, di nobile stirpe, geniale e autorevole maestro di cinema. Rocco e i suoi fratelli, interamente ambientato a Milano, mostra la durezza della nostra città, ma anche la sua capacità di rappresentare la speranza nel futuro, perché è qui che viene progettato, con audacia, volontà lavorativa e quel ruvido sentimento che gli occhi scuri degli emigranti impareranno ad amare. Michelangelo Antonioni, ferrarese di nascita, inventa quell’isolamento delle anime noto come «incomunicabilità» e Milano sembra il luogo ideale per dipingere la solitudine dell’individuo, specie nella società industriale, ma è un falso in bilancio. Cronaca di un amore (1950) è il suo esordio nel lungometraggio. L’adulterio nella classe sociale più alta non è dissimile nelle sue storture da quello che Visconti ha rappresentato in Ossessione.
I personaggi poco amabili non fanno di Milano il luogo ideale per vivere. La notte (1961) è un’altra incursione nella lacerante esibizione della solitudine, e Milano il palcoscenico ideale, forse per una sorta di convenzione che la vuole cinica, nebbiosa e produttiva, l’ideale per ditruggere amori ed amicizie. Un altro ritratto surrettizio di una città che ha ben altro da dare. È Eduardo De Filippo a rendere omaggio al cuore dei milanesi con Napoletani a Milano, ma è un atto dovuto che non libera Milano dai luoghi comuni del cinema d’autore, che la vuole triste, notturna e persino pericolosa. Dino Risi, milanese purosangue, regista di rilievo, farà valere a Roma il peso della sua milanesità, pur non realizzando, forse colpevolmente, film nella sua città. Un milanese edonista stava meglio a Roma, forse. Luciano Emmer è un altro autore milanese, che si terrà lontano da casa, anche lui irretito dall’Urbe. Fa buoni film, mai ottimi e di milanese gli resta solo la data di nascita.
Va un po’ meglio con Damiano Damiani, talento multiforme, autore di comics di qualità, che infine approda al cinema: è un milanese che con un solo film si fa perdonare l’esilio nel cinema romano, specializzandosi in storie di mafia, come La piovra. La rimpatriata (1963), malinconico e sottovalutato omaggio alla Milano più autentica, realizzato nelle vie periferiche, con Walter Chiari mai così commovente. Forse il miglior film dell’ottimo Damiani.
Poi il gioco si fa duro. Carlo Lizzani, amabile e capace regista romano, realizza un istant movie, raccontando il giorno di follia del 5 novembre del 1967, quando il bandito Cavallero e la sua banda assaltano il Banco di Napoli in largo Zandonai, in un maledetto giorno da cani, tra vittime innocenti e no. Celebre l’inseguimento in auto in corso Sempione. Milano è ormai per gli spettatori un luogo dove si muore per un pugno di dollari, dove la feccia si riunisce al cospetto del grande denaro e Giorgio Scerbanenco diventa l’ispiratore di vicende tenebrose dirette da un furbo mestierante come Fernando Di Leo.
Milano calibro 9 (1972) e La mala ordina (1973), sono un dittico che farà la fortuna del già citato Di Leo. Come le uova del serpente quei film faranno proseliti, incrementando i luoghi comuni legati alla nostra città, ormai solo una metropoli dove violenze e soprusi si consumano quotidianamente. Abbiamo così: Milano, difendersi o morire (1978), Milano violenta (1976), fino a Milano trema la polizia vuole giustizia (1973).
Milano fa comunque da scenario in pellicole di qualità, prima tra tutte Miracolo a Milano (1951), una vicenda surreale e favolistica, che il genio di Vittorio De sica e Cesare Zavattini rende proverbiale. Ne Il boom (1963), ancora di De Sica, si consuma una tragedia ridicola, nella quale Alberto Sordi vende un occhio in cambio di molto denaro: una metafora crudele sulla visione utilitaristica che la società del benessere, Milano in testa, interpreta come unica soluzione di ogni problema. Si ride amaro ne Il vedovo (1960), di Dino Risi, in cui Milano è vista di passaggio, ma in un contesto non dissimile dal film di De Sica.
Un altro milanese doc cerca gloria a Cinecittà e la trova: Alberto Lattuada, scomparso recentemente, regista di grande professionalità, ma che a sua volta non ha reso omaggio alla sua città di origine. Forse chi ha amato più Milano è stato il bergamasco Ermanno Olmi, formatosi nella nostra città, che con due pellicole ha reso il giusto omaggio ad una metropoli capace di stupire non solo per le sue industrie. Il posto (1961) è un affettuoso omaggio alla città, nella quale il giovane protagonista, neodiplomato, entra con umanissima apprensione nel mondo del lavoro. Con meticolosa cura Olmi mostra le strade, il traffico, i bar, gli uffici, che si trasformano in luoghi magici ed il giovane apprendista è come Alice nel paese delle meraviglie. Si coglie in quella pellicola il pudore di una società basata sul lavoro che crede di non poter offrire squarci di poesia e che il futuro renderà ciò che i cineasti romani speravano. Ma è ancora Olmi, con il poco noto Milano 83 (1983), che descrive senza una parola di dialogo il respiro della città, cogliendone l’essenza attraverso immagini brevi, 1500 inquadrature, ispirandosi forse al celebre film russo L’uomo con la macchina da presa (1929), in cui il regista Dziga Vertov descrive Mosca solo attraverso le immagini, rovesciando i luoghi comuni imposti dal partito. Marco Tullio Giordana, milanese a sua volta e autore del celebrato La meglio gioventù, con La caduta degli angeli ribelli non fa un bell’esordio e Milano è teatro di movimenti politici di dubbia matrice.
Infine, per alleggerire il peso di una visione prosaica, speculativa e spesso in malafede, da parte dei cineasti venuti da lontano, abbiamo la felice scoperta di Maurizio Nichetti, un dolce clown, che con Ratataplan (1979) e Ho fatto splash (1980), regala finalmente ai milanesi e no, una città allegra, ricca di felici invenzioni comiche, di poesia, senza alcun accenno di volgarità, e di un intelligente estro inventivo. Perché Milano non ha bisogno di parole per mostrare la sua dignitosa ritrosia, la sua ruvida baldanza, il suo incanto, perché se lo si cerca lo si può trovare in ogni angolo delle sue strade. Ascoltate il suo battito, ascoltate.