E adesso aspettiamo le tasse

Prima di tutto bisogna rendere omaggio allo stile, al sorriso, alla eleganza umana e istituzionale con cui Silvio Berlusconi ha lasciato Palazzo Chigi dopo aver spiegato a Romano Prodi come usare la campanella d’ottone con cui si dirige il Consiglio dei ministri. Un pezzo di bravura e dignità. Poi questo governo, visto al giuramento: sembrava di assistere alla festa diabolica di Rosemary’s baby il capolavoro di Roman Polanski. Come notava ieri il senatore Malan il governo che ha giurato ieri illustrava l’angoscioso ritorno al passato comunista, numerabile in ben 226 anni di biografia di duro e puro comunismo, per la maggior parte trascorsi dalla parte dell’Unione Sovietica, foraggiati dai finanziamenti sovietici come mercede per il fiancheggiamento alle sanguinose repressioni antioperaie e antistudentesche a Budapest e a Praga.
Volgare anticomunismo? Sì, e ce lo possiamo permettere visto che va in scena una tale grottesca hit parade della democrazia liberale. Chissà che cosa diranno ora tutti quei bei tomi, stranieri e nostrani, secondo cui l'Italia viveva resistendo in montagna contro l'infame dittatura berlusconiana? Si accorgeranno o no che in un battibaleno la scena politica e istituzionale è stata occupata al 100 per cento da un 50 per cento guidato non sono solo da ex comunisti, ma da veri comunisti che si vantano di essere comunisti? Avrà nulla da dire quel Parlamento Europeo che a gennaio votò una risoluzione, ignorata e censurata in Italia, con cui il comunismo veniva equiparato nella vergogna morale al nazismo? Rileviamo comunque che intanto al Parlamento Europeo il deputato britannico Gerard Batten chiede un’inchiesta sui rapporti di Romano Prodi con l’ex Unione Sovietica.
Il governo, dicevamo. Ricordate la canizza di cinque anni fa contro quello di Berlusconi accusato di avere troppi ministeri? Ebbene: quello di Prodi ne ha altrettanti, più uno. Le famose quote rosa, le donne. Una bufala: salvo la Turco ne ha messe alcune in una gabbia di povere care senza portafoglio. È un governo che più partitico non si può: Berlusconi inserì dei tecnici come Lunardi, Moratti, Stanca, Sirchia, Ruggiero che, a prescindere dalla riuscita, simboleggiavano almeno il desiderio di staccarsi dalla partitocrazia. Questo governo appena nato ha invece moltiplicato i posti partitocratici spacchettando qua e là: Infrastrutture e Trasporti, Istruzione e Università (con ricerca scientifica), ha triplicato il Welfare inventando una Politica della famiglia per la sconcertata Rosy Bindi e tutto alla faccia della famosa riforma Bassanini varata con tanta superbia nella XIII legislatura e che adesso è finita nel cassonetto. Sono persino riusciti ad inventare un ministero per i Giovani e lo Sport dal vago stile littorio per darlo alla giovane italiana Melandri che, interrogata sul senso del suo ruolo, balbettava davanti alle telecamere persa nel vuoto.
Un governo Frankenstein che alla prima occasione si spacchetterà da solo. Vorremmo però chiedere ai fervidi italianisti dell’Economist: nulla da dichiarare? Questi vogliono un’Italia senza il Ponte di Messina, senza la Tav, affidata al culto delle greggi naturalistiche di Pecoraro Scanio. E i radicali? Davvero la Bonino è soddisfatta per aver ricevuto pezzi che non stanno insieme come il Commercio estero e gli Affari europei? Ma santo cielo: questo non è un governo, ma un incubo nato dallo scherzo dei 50mila voti leghisti scippati dall’Unione. Oggi questo governo verrà a chiedere la fiducia al Senato e forse la otterrà trascinando con sevizie malfermi senatori non eletti dal popolo. Ma toccherà proprio a questo Senato, e alla svelta, spacchettarlo e rispedirlo a casa.
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