E per fortuna i tagli alla scuola li fa solo l'Italia

La svolta in Inghilterra. Rette più alte e riduzione dei fondi all'istruzione si rivelano inevitabili pure all'estero

Aumento delle tasse universitarie dopo i necessari tagli alla spesa pubblica che hanno toccato anche gli atenei. Rette alzate in qualche caso fino al raddoppio e oltre (da 3.889 a 9 mila euro). Accade a Londra. Migliaia di studenti, in risposta, ieri hanno assediato il Parlamento riunito per votare il provvedimento, alla fine approvato a fatica dalla maggioranza del conservatore David Cameron (il risultato è di 323 voti a favore contro 302: ci sono state defezioni tra gli alleati liberaldemocratici del vicepremier Nick Clegg). I contestatori hanno disegnato un gigantesco «No» di vernice rossa sul prato del giardino antistante. Dopo aver fracassato la testa ad almeno tre poliziotti, feriti gravemente, hanno fatto irruzione nel ministero del Tesoro e preso a sassate la Corte Suprema. Quindi hanno attaccato l’auto con a bordo il principe Carlo e Camilla. Cordoni sfondati, manganellate, bastonate, fumogeni, fiamme, lancio di oggetti, manette, sangue. Si è visto di tutto e poteva andare perfino peggio: manifestanti e forze dell’ordine se le sono suonate di santa ragione per l’intera giornata, prima e dopo il responso della Camera dei Comuni, ripresi dalle telecamere di SkyNews. Risultato: molti contusi da una parte e dall’altra, oltre a quelli già ricordati. E numerosi arresti.

Rette più alte e sforbiciate al bilancio nel Paese di sua Maestà Elisabetta II. Prendano nota i demagoghi nostrani, inclusi quelli non ancora laureati ma già saccenti, i quali da settimane protestano contro il governo italiano, accusato di voler radere al suolo istruzione e ricerca. Come se non esistesse una crisi economica che esige, purtroppo, sacrifici. A tutti, anche ai sudditi britannici. Come se le nostre facoltà - dove le rette tra l’altro sono molto più basse rispetto alla Gran Bretagna (tra i 1.200 e i 1.500 euro in media) - fossero un intoccabile modello di amministrazione virtuosa. Come se l’autonomia non fosse diventata una scusa per dilapidare risorse e moltiplicare corsi inutili in santa pace. Come se la selezione dei docenti da tempo immemorabile non rispondesse prima a logiche accademiche di spartizione del potere e poi alla competenza.
Eppure, l’idea diffusa è che tocchi soltanto a noi risparmiare, anzi: che vengano lesinati fondi a cultura, istruzione e ricerca perché la destra non attribuisce valore a questi settori. E allora tutti sui tetti dei monumenti, matricole e ricercatori, Bersani e Granata, Ballarò e Annozero.Tutti sul palco con il direttore scaligero Daniel Barenboim a leggere l’articolo 9 della Costituzione. Tutti a dichiarare quanto siano condivisibili le ragioni di chi contesta. Tutti a ribadire banalità mal conciliabili in questo momento con la realtà dei fatti: la cultura è importante, bisogna investire nella ricerca, se non crediamo nell’istruzione rinunciamo al futuro, l’università non si tocca, l’istruzione è un diritto, viva la meritocrazia e altre ovvietà. Chi è così stupido da sostenere il contrario?

In Italia sono tutti preoccupatissimi per le sorti della cultura. Eppure a nessuno viene mai il dubbio che ci troviamo in una situazione grama anche per un deficit che è anche un deficit di cultura. Cultura liberale, nello specifico. Perché aprire al privato è considerata una bestemmia, al punto che pare impossibile non dico attuare ma perfino proporre riforme invocate da decenni come l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Perché sostenere, dati alla mano, che le scuole parificate, oltre che ampliare l’offerta e dunque le opportunità, sono un buon affare per i conti pubblici è ancora un incomprensibile tabù. Perché le capacità imprenditoriali sembrano non essere richieste come necessarie a chi ha il compito di far camminare atenei, teatri, cinematografia e tutto il resto.

A noi l’artista e lo scienziato piacciono puri ma assistiti, quindi asserviti allo Stato e alla burocrazia ministeriale.