E per gli italiani tira una brutta aria Picchiato un giornalista del "Corsera"

Cinque miliziani hanno fermato due macchine con 8 giornalisti
italiani a bordo sulla strada che dall'aeroporto arriva al centro. Tanti "bianchi" tutti assieme, in questi giorni di tensione, hanno sollevato
sospetti. Imbracciando i kalashnikov si sono messi a frugare cercando
forse delle armi. E hanno malmenato Fabrizio Caccia, inviato del <em>Corriere</em>

Tripoli - «Gheddafi non è un Rais, ma nostro fratello. Quelli che si ribellano sono dei pazzi imbottiti dalle menzogne delle televisioni arabe come Al Jazeera», sbotta Saeb, il giovane taxista che ci accompagna verso il centro di Tripoli.

L’aeroporto della capitale ricorda le scene della fuga da Saigon, mentre arrivavano i vietcong. Almeno per le migliaia di egiziani, tunisini, siriani ed eritrei, che bivaccano da giorni nella speranza di imbarcarsi su un volo. Le banche non tirano fuori più soldi, i negozi rimangono chiusi, i grandi alberghi smobilitano, ma sono ancora in molti a credere in Muammar Gheddafi.

Primi fra tutti i cinque miliziani che hanno fermato due macchine con 8 giornalisti italiani a bordo sulla strada che dall'aeroporto arriva al centro. Tanti «bianchi» tutti assieme, in questi giorni di tensione, hanno sollevato sospetti. Imbracciando i kalashnikov si sono messi a frugare cercando forse delle armi. Fabrizio Caccia, inviato del Corriere della sera, è il più bonaccione del gruppo. «Quando sono sceso con il passaporto in mano ho detto che sono italiano e mi è arrivato un cazzottone» racconta il giornalista. Poi si è beccato un calcio e agli altri italiani hanno preso i telefoni satellitari ed i soldi. All'improvvisato posto di blocco c’erano pure dei poliziotti, che sembravano prendere ordini dai fedelissimi di Gheddafi. Dopo qualche momento di paura gli animi si sono calmati. I miliziani hanno capito che i giornalisti avevano un regolare visto d'ingresso e sono stati restituiti soldi e attrezzature. Poteva andare peggio e non c'è da stupirsi se in migliaia vogliano partire da Tripoli. L'enorme bivacco all'aeroporto è una via di mezzo fra un caravanserraglio ed un girone dantesco.

Bimbi scalzi piangono affamati, i dannati in cerca di un volo per fuggire dormono per terra. Per passare si monta sopra le coperte, bottiglie d'acqua prosciugate, bagagli abbandonati. Due famiglie di eritrei con i bambini piccoli che piangono giurano di avere lo status di rifugiato politico per l’Italia. In 250 sono nelle stesse condizioni, ma si attende una decisione da Roma. All’esterno la massa urlante scalpita, impreca, scongiura per entrare nello scalo ridotto ad un lercio e gigantesco bivacco. Dopo aver superato la barriera umana si nota il primo gruppo di soldati con il dito sul grilletto, che sorveglia la rotonda d'ingresso dell'aeroporto.

«Pure questi che scappano sono dei pazzi. Guardatevi in giro è tutto tranquillo» ribatte Saeb, che ci accompagna al centro. Ed indica i mega poster di Gheddafi ancora intatti rispetto a Bengasi e alla Cirenaica. Quando la radio trasmette le parole del colonnello contro «la rivolta farsa ed i criminali guidati da Bin Laden» alza il volume al massimo. Con il calare della sera le strade si svuotano. I grandi alberghi, come il Mariott, stanno smobilitando gran parte del personale e non accettano nuovi ospiti. A denti stretti uno dei responsabili dell'hotel ammette: «Troppo pericoloso andare avanti come sempre».
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