E spuntano i legami con le cellule saudite

Fausto Biloslavo

Gli investigatori inglesi seguono una pista saudita negli attentati riusciti e falliti del 7 e 21 luglio nel cuore di Londra. Lo stesso Hamdi Adus Issac, uno dei terroristi della metropolitana, arrestato a Roma, ha telefonato, prima di finire in manette, a un numero dell’Arabia Saudita. La chiamata è stata fatta fra il 26 ed il 27 luglio, come ha confermato ieri Carlo De Stefano, capo della direzione centrale della polizia di prevenzione. Secondo l’alto ufficiale «Hamdi era alla ricerca del numero di telefono del fratello Remzi». Forse questa è la versione fornita dall’arrestato, ma sembra strano che uno dei super ricercati, che poteva chiedere lo stesso numero ad altri parenti e amici in Italia chiami proprio il regno dei Saud. Forse il motivo di quella telefonata era un altro, tenendo conto, come rivela la Washington Post di ieri, che gli inglesi stanno scandagliando una pista saudita per il luglio di fuoco a Londra.
Gli investigatori britannici stanno analizzando a fondo una serie di telefonate, sms e posta elettronica scambiati da due capi della rete di Al Qaida nel regno saudita e qualcuno in Inghilterra, che sarebbe ancora sconosciuto. L’unico dato certo è che le indagini sono direttamente collegate alla caccia ai mandanti degli attentati di Londra e al timore che sia ancora presente in Gran Bretagna una terza cellula di terroristi pronti ad agire al momento opportuno. Il traffico di telefonate e messaggi è stato fitto fra aprile e maggio, ma poi si è esaurito. Le tracce sono state lasciate da una scheda prepagata utilizzata da Abdul Karim Majati, un marocchino che era a capo della rete di al Qaida in Arabia Saudita, fino a quando non è stato ucciso lo scorso aprile.
Majati deve comunque aver lasciato i contatti in Inghilterra a Younis Mohammed Ibrahim Hayari, un altro marocchino, che ha preso il posto del leader ucciso. Un telefono cellulare in possesso di Hayari ha ripreso il traffico di sms e chiamate. In alcuni casi nel testo dei messaggini compaiono degli alias per il trasferimento di denaro secondo il sistema finanziario delle hawala, spesso utilizzato da Al Qaida. Il 3 luglio, però, anche Hayari è finito all’altro mondo sotto i colpi dell’antiterrorismo saudita. Londra è comunque sempre stata la sede del «comando» europeo del terrorismo marocchino, dal quale derivano i due leader di al Qaida uccisi.
La pista saudita potrebbe essere l’anello mancante del collegamento fra la cellula pachistana del 7 luglio e quella africana del 28, che hanno colpito il cuore di Londra. Al momento si sa solo che hanno usato lo stesso tipo di esplosivo e che alcuni terroristi amavano il rafting. Una pubblicità della discesa delle rapide nel Galles settentrionale è stato utilizzata per avvolgere uno degli ordigni inesplosi del 28 luglio. Due kamikaze del 7 luglio, invece, erano stati fotografati proprio mentre scendevano le stesse rapide in gommone. Inoltre è accertato che terroristi pachistani e africani frequentavano la moschea oltranzista di Finsbury park a Londra, ma non ci sono ancora le prove che i due gruppi fossero entrati in contatto attraverso il luogo di culto islamico.
Gli investigatori inglesi stanno studiando con attenzione il passaggio per Riad, la capitale saudita, di Hasib Hussain, uno dei kamikaze del 7 luglio, nel viaggio che lo portò in Pakistan nel 2004. Anche Said Ibrahim Muktar, il capo cellula degli «africani», gli attentatori falliti del 21 luglio, visitò l’Arabia Saudita nel 2003. Muktar si era vantato di questo viaggio con gli amici sostenendo che era andato ad «addestrarsi». Sotto la lente degli inglesi finirà di certo anche la strana telefonata verso il regno saudita fatta da Issac, il terrorista catturato a Roma, che si rifugiava nella città eterna in attesa di un rifugio sicuro in un altro Paese.