Ecco qual è il partito che vorrei

Spesso i grandi cambiamenti della storia si manifestano con piccoli simboli, all'apparenza insignificanti, come la scomparsa di un semplice trattino. È il caso della volontà manifestata da Gianfranco Fini di riformare Alleanza nazionale portandola verso il Partito Popolare europeo e verso un partito unico del centrodestra: senza trattino, giustamente, perché in un sistema bipolare l'elettore deve potersi riconoscere in una coalizione omogenea, non divisa al suo interno in un centro e una destra. La divisione è fonte perenne di conflitti spesso insanabili, come accade nel centro-sinistra, che del trattino non può e non potrà mai fare a meno e che anzi di trattini ne ha – in realtà – due, a tentare di tenere unite le sue tre anime di centro-sinistra-ultrasinistra.
Ciò detto, è evidente che An, prima di confluire in un partito unico di centrodestra, dovrà ridefinire la sua anima, l'essenza della sua politica. La quale non potrà che essere di destra, per distinguersi dagli altri partiti della coalizione, in particolare da Forza Italia, per sua natura attratta dal centro; e per conservare, ampliandolo, il proprio bacino elettorale. Ma quella di An dovrà essere una destra davvero liberale, liberista e anche libertaria per distinguersi da quella più conservatrice e tradizionale, che non può rientrare nel progetto di un centrodestra senza trattino. Obiettivi non semplici, ma che Fini ha indirizzato bene parlando di un partito il quale deve trovare un suo punto di convergenza “tra cultura nazionale cattolica e socialismo riformista”; che sia capace di “rappresentare un'area vasta e plurale di culture e sensibilità diverse”; che pensi “al cittadino come persona, non solo come consumatore o lavoratore”: infatti le motivazioni “che spingono una persona a fare o non fare alcune cose non sono solo di natura economica”, c'è nella destra “un'identità più profonda e quindi un senso etico della vita, spirituale o anche religioso”. Tutto ciò si riassume nel motto, che l'intero centrodestra dovrebbe avere sempre presente, “Meno Stato, più individuo”.
Il primo consiglio in questa direzione che darei a Fini, è di non usare il termine “persona”, logoro e indistinto, ma quello ben più forte e preciso di “individuo”: un soggetto unico e non confondibile con la genericità della “persona”. Chi è di destra, del resto, si riconosce in uno Stato che sia una libera associazione di esseri umani e in cui il cittadino mantenga la propria, preziosa individualità. Essere individui non significa necessariamente essere individualisti, anche se Fini ha ragione quando vede nel mondo culturale della destra un tasso di individualismo superiore a quello della sinistra. La rivoluzione copernicana che il centrodestra italiano, e An in particolare, devono attuare, consisterà nel non vedere più in questo individualismo una fonte di divisione e di indisciplina, bensì una preziosa miniera di idee e di stimoli da valorizzare e utilizzare. Il ruolo di un intellettuale, a destra, non può e non deve essere organico a un partito. Al contrario, deve consistere in un libero e illimitato esercizio di critica e di formazione di nuove idee, che i partiti poi accetteranno in tutto o in parte, mediandole con le esigenze della politica, ma senza assumere l'aria di vergini offese di fronte a ogni difformità di interpretazione del mondo. Più sarà ampia e generosa la capacità di An di proteggere e stimolare l'esercizio della critica individuale, più riceverà dagli intellettuali di destra – pochi e non “organici”, ma vitalissimi – quegli stimoli senza i quali nessun partito, nessuna forza sociale può cambiare, crescere, evolversi.
Un secondo punto che dovrebbe caratterizzare la nuova An è trovare un modo chiaro e lineare di essere in Occidente, ovvero con gli Stati Uniti e in Europa. Stare con gli Stati Uniti non significa rinunciare alle caratteristiche antiche della nostra cultura e del nostro popolo, che anzi vanno valorizzate e difese: però in questa fase di confronto (se non si vuole adottare il termine più proprio di “scontro”) fra civiltà e culture, An deve abbandonare quel diffuso stato d'animo antiamericano che c'è in molti suoi quadri, più che alla sua base; un sentimento che ha le sue radici, neanche tanto nascoste, nel vecchio Movimento sociale e quindi prima ancora nel fascismo. Oggi tutto ciò non ha più ragione di essere, anzi costituisce una palla al piede per il partito. Come per il discorso sugli intellettuali, An deve poter “prendere” dagli Stati Uniti quello che le occorre per essere una destra moderna e internazionale, senza accettazioni supine ma anche senza preclusioni aprioristiche.
Paradossalmente, poi, un partito di destra dal pensiero e dalle caratteristiche proprie, internazionale ma attento ai valori nazionali, deve essere più guardingo verso l'Europa unita che verso gli Usa: gli Stati Uniti infatti ci propongono modelli e comportamenti che siamo liberi di accettare o no, mentre l'Ue procede con sempre maggiore determinazione verso un livellamento – e poi un annullamento – di tutte le identità nazionali. Nessun grande partito, finora, ha mostrato di rendersene conto: a sinistra anzi si va con esultanza verso un appiattimento dei popoli, che sostituisce quello marxista sugli individui, e verso una comunistica visione della vita basata sull'economia dirigista. Se il vecchio Movimento Sociale e la giovane An avevano un timore sacro di prendere le distanze dall'Unione Europea, per la giustificata paura di essere tacciate di nostalgie nazionaliste di stampo fascista, oggi questa paura non ha più ragione d'essere. E a destra c'è un enorme bacino di voti (perché c'è un bisogno reale) per chi saprà difendere le caratteristiche, i bisogni, gli orgogli e – lo si dica in modo chiaro – anche gli “egoismi” nazionali dalla voracità di un'Europa che procede a velocità folle verso la massificazione dei popoli e l'annullamento sostanziale dei singoli Stati.
Quanto alle politiche sociali, il modello di una destra nuova mi sembra ben tracciato da Fini quando sostiene, a proposito di Pacs, che bisogna garantire diritti normativi, fiscali e di successione anche alle coppie di fatto, senza per questo dover riconoscere loro tutto, compresa l'adozione e la fecondazione assistita. O quando Fini dichiara che occorre “conciliare identità e integrazione nella consapevolezza che il melting pot appartiene ad un’altra cultura, ad un altro continente”. Tenuti fermi questi punti, tutto si dovrà discutere di volta in volta, a partire per esempio dal voto amministrativo per gli immigrati: senza schemi rigidi e precostituiti, inaccettabili in società in veloce trasformazione; e essendo sempre pronti a riconoscere, senza negarlo a priori, che anche a sinistra ci possono essere buone idee, ancorché da discutere, adattare e migliorare prima di farle proprie.
L'An che vorrei, in definitiva, non è quella del Gianfranco Fini per il quale tutte le droghe sono uguali, senza possibilità di distinguo, ma è quella del Fini che ha il coraggio di rivedere le proprie posizioni sulla legge per la fecondazione assistita, senza arroccamenti culturali, sociali e confessionali. Solo così An saprà darsi la caratteristica che, per ammissione del suo stesso leader, non ha saputo darsi: e senza la quale è destinata a insterilirsi nella conservazione e nel conservatorismo fine a se stesso: “Un'immagine culturale capace di far sognare”. An, negli ultimi anni, è stata stordita dal potere conquistato: da qui la questione morale, che c'è – eccome – anche al suo interno. Ora si deve inebriare di cambiamento e di aperture per riconquistare, prima che il potere, i suoi elettori tradizionali e i molti che potrebbero aderire al progetto di una destra davvero nuova, davvero di destra.
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