Ecco il volto del kamikaze

Londra dà la caccia al quinto uomo: è il mandante della strage

Non un gran cielo ma domani è venerdì. Il giorno della moschea e della preghiera. Alla fermata di Highbury and Islington c’è il solito gruppetto in attesa. Dicono gli inglesi che quando i bus non arrivano mai significa che prima o poi si presentano in due o in tre. Dopo gli insulti ne devi scegliere uno, come le cartelle della tombola, puoi vincere, dipende dal destino, oppure restare con la polvere negli occhi e nelle mani. Shahara ha un appuntamento dal dentista, verso Woburn Place. Una piccola otturazione al molare è saltata, Shahara ha già svuotato gli scaffali di Boots, quelle pillole alla fine non hanno più l’effetto desiderato, anche se lungo i corridoi di Boots ci sono buone idee per il make up e per la dieta. Bisogna fare in fretta, appena il tempo di passare il lucido sulle labbra e di riempire la borsetta firmata Gucci. Domani è venerdì.
Anche per Hasib che ha diciotto anni, dietro quel nome asiatico c’è un teenager inglese, di Leeds, la famiglia viene dal Pakistan, è devota musulmana, come Shahara Akter Islam, che ha vent’anni ed è nata a Whitechapel nell’est di Londra; la sua famiglia all’inizio degli anni Sessanta lasciò il Pakistan orientale, poi chiamato Bangladesh, per sbarcare sull’isola della regina. Anche Hasib ha una fretta tremenda. La notte è stata agitata, di quelle lunghe e brevissime assieme, ha provato ad addormentarsi, mezz’ora stropicciato su una branda, poi ha salutato mamma e papà già inquieti per la strana vigilia, «vado a Londra, da amici», messaggio breve, frettoloso, non meglio precisato. Mohammed e Shehzad, gli amici di Beeston e di Dwesbury, l’altra sponda di Leeds, lo aspettano non a Londra ma davanti alla saracinesca arrugginita e abbassata di un negozio di fish and chips nella strada alla periferia di Leeds.
La notte dello Yorkshire non ha rumori, l’aria maleodora di rifrittura, l’alba deve ancora schiarire il cielo, i tre hanno affittato un paio di automobili, caricano gli zaini gonfi di morte. Lungo la M1 il traffico non è ancora fitto, Londra è lontana, le ore strette. Shahara è contabile alla Co-operative Bank in Marble Arch, dove il bus numero 30 fa capolinea. Prima c’è il dentista, prima c’è Tavistock Square, prima c’è Hasib. Il trio ha incontrato a Luton un altro pachistano, si sono infilati su un treno della Thamelink verso King’s Cross. Lungo uno dei corridoi della metropolitana, la telecamera del servizio di sicurezza ha filmato la brigata. Qui Hasib ha abbandonato i tre complici, si è assicurato che lo zaino non venisse urtato, è uscito. Erano quasi le 9, alle 8.56 gli zaini di Mohammed e di Shehzad sono esplosi nello scompartimento del treno tra King’s Cross e Russel Square, alle 9.17 il terzo pakistano si è fatto saltare a Edgware Road a sud di Regent’s Park; là sotto c’era la morte, suonavano le sirene delle ambulanze, correvano i passanti, polvere, sangue. Hasib era montato sul 30, George Psarabakis, l’autista greco, nemmeno si era accorto di quell’ombra che stava salendo lentamente al piano superiore del suo autobus. Nemmeno Shahara, che stava pensando a casa, al quartiere di Plaistow, dove i suoi hanno messo su casa, alla madre alla quale è legata come mille pachistane sono fortissimamente legate, al lavoro in banca, a Gucci e Burberry, alla musica, ai gusti di questo Occidente che non è poi così lontano dal suo Bangladesh.
Hasib aveva la testa calda per quella notte veloce, per lo sguardo di Mohammed che di nome faceva anche Sadique, per le parole intense di Shehzad, laureato in scienze economiche, appassionato di cricket, che è poi lo sport dove i pachistani sono maestri nel mondo, con il polo e l’hockey su prato. Hasib deve aver guardato fisso davanti a sé, c’era Londra, c’era la cultura decadente, c’erano il sesso e l’alcol, c’era tutto quello che gli veniva insegnato essere maledetto, da distruggere. Shahara aveva studiato gli stessi testi, ma aveva imparato un’altra lezione. Stavano assieme, al secondo piano, già a metà tra la terra e il cielo. Hasib ha preso lo zainetto. Shahara ha guardato un’altra volta l’orologio, 9.47. Una luce, un boato, il tetto del bus ha scoperto l’azzurro inutile di Londra, il resto era polvere, sangue, lacrime, sirene di ambulanze. Domani è venerdì, il giorno della preghiera e della moschea. Il dentista sta aspettando Shahara. Hasib ha cancellato l’appuntamento.
Tony Damascelli