Ecco l'inganno del Tfr in busta paga: soldi subito, ma più tassati

Per il trattamento di fine rapporto si profila un flop: più contro che pro

Due le grandi novità di inizio marzo, entrambe in materia di lavoro: con l'inizio del mese entrano in ufficialmente vigore i decreti attuativi del Jobs act e sarà possibile richiedere il Tfr in busta paga.

Ma sembra già profilarsi un flop di richieste in materia di trattamento di fine rapporto: iI lavoratori dipendenti non sembrano intenzionati a chiedere al proprio titolare di anticipargli parte del gruzzoletto maturato, non sicuri di trarne reale vantaggio. Un report realizzato da Confersercenti in collaborazione con SWG parla infatti di adesione scarsa - appena del 6% - che entro l'anno salirà solamente fino all'11%. Infatti, la stragrande maggioranza (l'83% dei 12 milioni totali di italiani interessati dall'opzione) lascerà intatto l'ammontare trattamento di fine rapporto nell'impresa in cui presta servizio, come avvenuto fino ad oggi. E le imprese, dalla loro, confermano il trend mostrato dalla propria forza lavoro: l'82% non ha ricevuto (o pensa di non ricevere) richieste di Tfr anticipato da parte del proprio personale.

E chi invece deciderà di attingere, anticipatamente, dalla fonte, come impiegherà tale denaro? Neanche a dirlo, per saldare debiti pregressi (per il 24% del campione); il 20% lo destinerà invece alla previdenza integrativa, mentre solo il 19% lo impiegherà per acquisti di vario genere. I motivi di tale diffidenza? Anzitutto, la volontà del 58% di non erodere la liquidazione da riscuotere a fine rapporto di lavoro è significativa di quanto gli italiani guardino al Tfr come tesoretto salvagente per il futuro. In secundis, il fisco. Il 30% dichiara infatti di non sfruttare dell'opzione a causa dell'eccessiva tassazione; se percepito subito in a fine mese, il Tfr viene infatti tassato con aliquota ordinaria, e non ridotta come quando viene preso alla fine del rapporto di lavoro: al netto, si registra una +22% di detrazione tutt'altro che conveniente. E ancora, anticipare l'incasso dilazionato incide negativamente sulle tabelle ANF e sulla determinazione dell'ISEE con la sola conseguenza di complicare la vita alle fasce di reddito più deboli, che altresì sarebbero dovute essere le principali beneficiarie della misura.

Continuando l'analisi dei dati, il 10% del campione dice di non volere mettere in difficoltà economica l'azienda presso la quale opera, mentre il 2% confessa di essere stato sconsigliato dallo stesso datore di lavoro. Il problema di liquidità per le piccole media imprese è infatti il vero punto discriminante della questione: il 58% degli operatori che dovranno erogare il Tfr in busta paga ritiene che si creeranno problemi di liquidità. E proprio qui, sul versante delle PMI, il segretario generale Confesercenti lancia l'allarme: "Desta grave preoccupazione la difficoltà che si incontra a reperire finanziamenti dal sistema bancario. Erano difficoltà note: non a caso il governo aveva previsto dei meccanismi per sbloccare il credito necessario. Il decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri con le modalità attuative del provvedimento, però, non è ancora stato approvato, e lo stesso è accaduto per l'accordo quadro tra Abi, Mef e Ministero del Lavoro che avrebbe dovuto rendere più facile, per le piccole e medie imprese, ottenere finanziamenti finalizzati all'erogazione del Tfr in busta paga".

Commenti

moshe

Dom, 01/03/2015 - 13:33

Fidatevi del venditore di pentole, "vedrete che ridere" !!! come diceva una vecchia pubblicità !

unosolo

Lun, 02/03/2015 - 10:00

un modo semplice per far fallire ancora ditte ITALIANE , piccoli imprenditori e grandi imprenditori , oltre a non lasciare soldi del TFR proprio quando si arriva alla fine , peccato se tutti prendessero subto il TFR in busta , salterebbero tantissimi posti di lavoro .