Elite e ricchezza del Paese

Ancora una volta è lecito chiedersi: ci si può arricchire senza arrecare danno alcuno all'altro? Per dire, al vicino di casa. La questione è dirimente, specie in fasi della storia così fragili, dove crisi economica e antropologica viaggiano di pari passo. E dove vengono messi in discussione i sistemi, i modelli, i pensieri politici che sostengono gli stati. Lasciamo stare le dittature e soffermiamoci per un istante sulle democrazie occidentali.

Quel che trattengo del discorso del presidente Trump nel giorno del suo giuramento e che vale per tutti e non solo per gli Stati Uniti è l'indice puntato verso l'establishment, verso una malagestione della cosa pubblica strettamente nelle mani delle élite. Un codice comportamentale che ha favorito l'allargamento del fossato. Generando sfiducia e insoddisfazione. Condivido. È proprio dalla mentalità elitaria che bisogna fuggire; perché si alimenta di continuo sulle e alle spalle delle comunità che esprimono il meglio dell'economia reale; perché produce privilegi per pochi e svantaggi per i più. Le élite sono pericolose: non hanno occhi per vedere, né orecchie per sentire le voci che provengono dalla realtà quotidiana. Loro sì che si arricchiscono a danno del prossimo. Dunque, il problema non è la ricchezza e neppure l'homo oeconomicus. Anzi.

La soluzione non è rispondere ai misfatti delle élite con l'elogio del pauperismo e della decrescita (come se la pietra dello scandalo fosse il capitalismo tout court). La soluzione sta nel liberare le energie di individui e imprese. Ciò che favorisce opportunità, benefici, benessere. In una parola: ricchezza. Ma tutto questo l'establishment non lo tollera. In Italia, poi Dunque, sostengo l'outsider Trump nella battaglia contro le élite. Molto meno nel suo patriottismo esasperato, nella sua visione protezionistica, nel suo mettere in discussione la Nato. Staremo a vedere.

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