La Fed non può muoversi se la Cina è una minaccia

La Yellen teme che una stretta troppo forte provochi enormi deflussi di capitali dall'ex Impero Celeste. Con conseguenze drammatiche .

Rodolfo Parietti

Nei suoi più recenti interventi, Janet Yellen non ha mai omesso di ammettere, con tono più o meno sfumati, il potere di condizionamento della Cina sulla politica monetaria statunitense. Lo farà anche oggi, una volta conclusa una riunione del board della Federal Reserve da cui non sono attese sorprese. Bocce ancora ferme sui tassi, destinati a restare invariati fra lo 0,25 e lo 0,50% almeno fino a giugno, se non addirittura fino a dicembre. Ma se l'incrocio con le elezioni presidenziali di novembre rappresenta, dall'estate all'autunno inoltrato, un potenziale elemento di freno all'attuazione di una stretta, è soprattutto Pechino a costituire un elemento di crescente preoccupazione, anche se la Fed non userà mai le parole apocalittiche di George Soros, che nella situazione cinese vede i prodromi di ciò che accadde negli Usa dal crac di Lehaman Brothers in poi. Moody's non ci crede, sostenendo che l'ex Celeste Impero è comunque in grado di gestire gli alti livelli di indebitamento e di impedire quindi una crisi finanziaria come quella scoppiata nel 2008.

Altri, meno ottimisti, vedono il bicchiere molto meno pieno. Di sicuro, la Cina ha più di un fronte aperto. La ripresa delle esportazioni in marzo (+11,3%) dovrà essere confermata nei prossimi mesi per verificare che non si sia trattato di un fatto episodico legato allo smaltimento degli effetti del Capodanno cinese. Quanto all'import, il calo del 13,8% il mese scorso segnala sofferenze sul lato di quella domanda interna su cui il governo di Pechino conta per meglio bilanciare i pesi dell'economia. Inoltre, l'ondata di licenziamenti in arrivo nel settore statale (le stime parlando di 5-6 milioni di lavoratori), allo scopo di ridurre l'eccesso di sovrapproduzione, rischia di innescare tensioni sociali e di impattare sui consumi. Ancor più problematico è il versante finanziario. Il Fondo monetario internazionale ha di recente ricordato come non sarebbe in grado di pagare gli interessi la gran parte delle imprese cinesi che hanno emesso 1.300 miliardi di dollari in corporate bond. Il motivo? Problemi di liquidità. Quanto alla Borsa, le autorità di vigilanza stanno alimentando la bolla dopo aver allentato i bulloni sul margin debt. Un modo per incoraggiare le pratiche speculative. Per non parlare poi del settore immobiliare, che ha visto gonfiarsi le vendite di oltre il 60% nel primo trimestre di quest'anno.

Ma ancor più delicato è il fronte valutario. Se la stretta della Fed non fosse graduale, lo yuan andrebbe a picco. Con il risultato di provocare un deflusso di capitali dalla Cina ben superiore ai 538 miliardi di dollari stimati per quest'anno dall'Institute of international finance. Un disastro per Pechino, ma anche per gli Usa e per l'ecomia globale.