Fisco labirinto, l'Ires scende ma gli istituti pagano di più

Mina contabile da 5 miliardi, pesano i crediti di imposta portati a patrimonio. E per il vertice di Intesa avanza Saccomanni

Il sistema fiscale italiano è talmente complicato e faragionoso che non basta abbassare le aliquote per dare un sollievo alle imprese. L'ipotesi del governo è portare l'Ires dal 27 al 24,5%: si tratta, a ben vedere, di uno sconto fiscale del 13 per cento. Niente male. Ma alla fine questa riduzione rischia di diventare molto penalizzante per una particolare categoria di imprese: le tanto odiate banche.Negli anni passati, infatti, grazie ad una norma studiata da Giulio Tremonti, il sistema creditizio ha portato a patrimonio un'ingente fetta di crediti di imposta. Gli istituti creditizi italiani invece di portare in conto economico i crediti che vantavano (per molti motivi) dal fisco al fine di ridurre la tassazione annuale, hanno allargato le loro spalle patrimoniali di pari importo. Il vantaggio per il fisco era quello di non creare sofferenza sul bilancio pubblico per i minori introiti fiscali, dall'altra parte le banche pagavano questo prezzo per diventare patrimonialmente più solide, senza chiedere costose ricorse al mercato. Ci poteva stare.Oggi siamo arrivati al redde rationem. Quel serbatoio di crediti (diventato contabilmente patrimonio) era stato valutato con un'aliquota fiscale del 27 per cento. Ma con l'Ires tagliato, in automatica conseguenza, il serbatoio, cioè lo stock di crediti portato a capitale, diminuirebbe del 13 per cento. Fonti bancarie dicono che per il sistema creditizio ciò comporterebbe un «ammanco» di patrimonio che varia tra i 4 e i 5 miliardi di euro. È del tutto evidente, soprattutto alla luce delle nuove e complicate normative europee, che ciò avrebbe come primo effetto una restrizione della capacità di credito del sistema bancario italiano. O in alternativa la ricostituzione del patrimonio attraverso costosi aumenti di capitale.Una conseguenza inintenzionale del taglio delle tasse che preoccupa molto banche, ma anche Palazzo Chigi. In Spagna negli anni scorsi e proprio per una riduzione delle tasse societarie, si è verificato il medesimo problema. Il governo iberico, come per altre questioni, è andato giù con l'accetta e ha compensato economicamente le banche, nonostante l'unione europea consideri questa procedura un azzardo vicino all'ipotesi di aiuti di stato. Gli spagnoli sono andati avanti come se nulla fosse.Da noi è più complicato. Intanto perché l'eventuale riduzione dell'Ires per tutte le imprese nasce proprio da una concessione comunitaria per il nostro impegno sull'immigrazione. Diventerebbe paradossale per Roma pretendere al tempo stesso maggiore flessibilità nella riduzione del deficit e per di più aprire un fronte con gli stessi che ci concedono questo piccolo «regalo». A Palazzo Chigi hanno un ulteriore preoccupazione politica. Come possono spiegare all'opinione pubblica che riducono le tasse sulle imprese, e ad una pattuglia di queste (cioè le banche) forniscono ulteriori risorse? Come avete capito si tratta solo di una questione contabile, ma il governo Renzi, sa bene che è difficile da spiegare in giro che 5 miliardi alle banche, per di più inevitabilmente contestati da Bruxelles, non siano un gentile dono ai soliti, ma l'accomodamento di un pasticcio contabile e tecnico in cui ci siamo venuti a trovare. È una matassa davvero difficile da sbrigare, e in queste ore i tecnici del Ministero dell'Economia stanno cercando di trovare una soluzione che sia il più indolore possibile: per la reputazione del governo innanzitutto, ma anche per non penalizzare troppo un sistema che deve riprendere ad erogare massicciamente credito.Ps In queste settimane la Bce sta vagliando la nuova governance di Intesa-Sanpaolo e il suo passaggio dal sistema dualistico a quello tradizionale, con un solo consiglio di amministrazione. Si sono aperti i desideri e i giochi per la presidenza, che attualmente è in casa torinese con Gian Maria Gros-Pietro. Nel pissi pissi della finanza che conta si dice che l'ex ministro del Tesoro del governo Letta e direttore generale di Banca d'Italia Fabrizio Saccomanni, sarebbe tra i favoriti.