Google fa rotta sulle Bermuda e risparmia 3,6 miliardi di tasse

Spostati nel paradiso fiscale profitti per 15 miliardi di dollari. La difesa del colosso Usa: «Leggi rispettate»

Rodolfo Parietti

Il copione è il solito, ripetuto più e più volte: prendi gli utili incassati in giro per il mondo e scappa alle Bermuda. Avrai protezione, discrezione e, soprattutto, meno tasse da pagare. È il metodo che Google usa ormai da anni, e che nel 2015, secondo quanto reso noto ieri da Bloomberg, ha permesso al colosso di Mountain View di non versare 3,6 miliardi di dollari di tasse sui 15 miliardi di profitti realizzati e poi trasferiti in uno dei più famosi paradisi fiscali del pianeta. Già nel 2014 erano stati 13 i miliardi dirottati nell'arcipelago.

Google non cambia abitudini nonostante da tempo sia marcata stretta in molti dei Paesi in cui opera: in Indonesia rischia una sanzione di 223 milioni proprio per questioni tributarie, mentre in Spagna e Francia le sue sedi sono state perquisite l'anno scorso. E anche in patria, con l'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca potrebbe finire nel mirino della nuova amministrazione se non accetterà di rimpatriare gli utili pagando una penale del 10%. Per ora, però, si continua sulla stessa strada. Che prevede una serie di trasferimenti di denaro prima dell'approdo finale alle Bermuda. Dei 15 miliardi di utili 2015, circa 12 sono stati garantiti dalla controllata irlandese Google Ireland Limited, che raccoglie la maggior parte degli introiti pubblicitari a livello internazionale; i residui due miliardi arrivano da una sussidiaria singaporegna che svolge lo stesso tipo di lavoro. L'intera somma viene quindi girata alla Google Netherlands Holdings BV per eludere il fisco e infine girata alla Google Ireland Holdings, la cui sede legale sono appunto le Bermuda, dove gli utili non sono tassati. Un meccanismo perfettamente oliato, soprannominato «Double Irish with a Dutch Sandwich», che avrebbe permesso al colosso Usa di evitare negli anni che il fisco Usa mettesse le mani su 58,3 miliardi di profitti.

Di sicuro, anche nel 2016 sono continuate le stesse triangolazioni con tappa finale le Bermuda. Malgrado il governo olandese abbia deciso di eliminare nel 2015 le scappatoie fiscali, alle corporation sarà infatti consentito di utilizzarle fino al 2020. La difesa che Google ha opposto a chi critica il suo comportamento è da sempre la stessa ed anche questa volta è stata ripetuta: «Il nostro comportamento è conforme alle leggi fiscali dei Paesi in cui operiamo», ha detto ieri un portavoce. Lo scorso febbraio, il gigante Usa aveva anche spiegato che i calcoli relative al tax rate non riflettono i metodi effettivamente utilizzati per determinare le tasse internazionali.

La riservatezza è del resto una delle chiavi vincenti di Google. Ma a volte il rischio è quello di forzare un po' troppo la mano. Un dipendente ha infatti denunciato la società perché le politiche di riservatezza violerebbero le leggi della California. In particolare, sarebbe coperto da segreto tutto ciò che riguarda l'attività interna di Google e si arriverebbe al licenziamento in tronco del lavoratore in caso di fughe di notizie alla stampa.