I lavoratori Usa riaccendono le Borse

Il Draghi temporeggiatore e ultrà del rigorismo non piace ai mercati. Lo si è visto giovedì, con le Borse cadute come tanti birilli dopo la conferenza del presidente della Bce. Al contrario, il Bernanke attendista è quanto di più gradito dagli stessi investitori, tornati ieri ad acquistare sia in Europa, sia a Wall Street al punto che gli indici sono risaliti con decisione.
Che cosa è successo? Da qualche settimana, l'interrogativo che con maggiore insistenza circola sui mercati è su quando la Federal Reserve comincerà a ritirare le misure straordinarie di stimolo all'economia, e in particolare l'acquisto di 85 miliardi di dollari al mese di bond. Una seppur parziale risposta a questa domanda è arrivata con gli ultimi dati sul mercato del lavoro Usa. Queste cifre raccontano che il tasso di disoccupazione è salito in maggio al 7,6%, oltre le previsioni che lo collocavano al 7,5% (lo stesso livello di aprile), mentre sempre il mese scorso sono stati creati 175mila nuovi posti di lavoro, 6mila in più rispetto alle stime.
Si tratta, come è facilmente intuibile, di indicazioni contrastanti che si prestano a diverse chiavi di lettura sullo stato di salute dell'economia a stelle e strisce. Perfino la Casa Bianca, in questo momento probabilmente più concentrata sullo scandalo delle intercettazioni telefoniche, ne dà un'interpretazione prudente: «I dati sul mercato del lavoro mostrano che l'economia sta continuando a riprendersi. È essenziale restare concentrati e non abbassare la guardia: è necessario continuare a perseguire politiche che creino posti di lavoro».
In ogni caso, questo andamento non sembra ancora del tutto a favore di una vera ripresa del mercato del lavoro. L'America avrebbe infatti bisogno di generare, ogni mese, almeno 200mila posti nuovi di zecca per intaccare seriamente lo zoccolo duro della disoccupazione. La stessa Fed, d'altra parte, si è impegnata a non rialzare i tassi fintanto che il tasso dei jobless non sarà sceso sotto il 6,5%, un obbiettivo al momento ancora lontano anche se va considerato che un anno fa questa percentuale era attestata all'8,2%. Bisogna però tener conto che Bernanke punta a una ripresa in tutta l'economia e non solo in alcuni settori. E un peso massimo come il manifatturiero, invece, continua a soffrire: 8mila i posti persi in maggio, terzo mese consecutivo di calo.
C'è, insomma, quanto basta ai mercati per ritenere che la Banca centrale Usa non metterà tanto presto in atto l'exit stategy, nonostante l'ex presidente della Fed, Alan Greenspan, abbia esortato Bernanke a «cominciare a muoversi. Prima riduciamo il livello degli asset in bilancio alla Fed, livello che tutti riteniamo eccessivo, meglio è». Invito ignorato. Così, sulla spinta di Wall Street (+1% a un'ora dalla chiusura), i listini europei hanno chiuso in buon rialzo (+1% Milano). Francoforte ha sfiorato un progresso del 2% senza risentire del taglio delle stime di crescita per la Germania da parte della Bundesbank, che vede il Pil in aumento nel 2013 dello 0,3% (+0,4% la stima precedente) e dell'1,5% l'anno prossimo (+1,9%). La minore espansione è dovuta al rallentamento delle esportazioni, segno che anche la locomotiva d'Europa inizia ad accusare il contraccolpo del calo degli ordini dall'estero provocato dalla recessione. Il surplus commerciale è infatti sceso in aprile a 18,1 miliardi di euro dai 18,8 del mese prima.