Partite Iva, la corsa alla flat tax è a rischio flop

Tra gennaio e settembre 217mila nuove partite Iva hanno scelto il regime forfettario: sono circa il 50% delle nuove aperture. Con il Ddl di Bilancio le cose si complicano

La tassa piatta avrebbe potuto aiutare le partite Iva. E i numeri lo dimostrano. Lo scrive il Sole 24 Ore. L’attrazione fatale per la flat tax ha portato una nuova partita Iva su due, tra quelle aperte da inizio anno, a scegliere il regime forfettario. Un sistema che a farla breve produce meno imposte ai lavoratori autonomi.

Da gennaio a settembre, infatti, sono oltre 217mila autonomi e mini-imprese (50,6%) che hanno scelto il regime agevolato con imposta sostitutiva al 15% (o al 5% per le start up) su un totale di quasi 434mila nuove aperture di attività. È quanto emerge dall’aggiornamento sull’Osservatorio delle partite Iva del dipartimento delle Finanze. A questi 217mila si aggiungono altri 285mila nuovi forfettari che sono passati dal regime ordinario a quello agevolato così come è emerso dalla dichiarazione Iva presentata a ottobre.

Un’attrazione amplificata dalle modifiche introdotte dalla legge di Bilancio dello scorso anno che, oltre ad elevare per tutti la soglia di ricavi o compensi fino a 65mila euro annui, ha anche eliminato i vincoli su beni strumentali, compensi a collaboratori e addetti impiegati e il limite dei 30mila euro per chi ha redditi da lavoro dipendente o pensione.

Ora, però, sui due ultimi punti la manovra trasmessa in Parlamento fa marcia indietro. L’obiettivo sarebbe limitare gli abusi e, considerata la corsa all’ingresso, la possibilità di ulteriore perdita di gettito legata all’applicazione dell’imposta sostitutiva, che appunto si “sostituisce” a Irpef e addizionali e all’Irap. Senza dimenticare che i forfettari non sono soggetti all’Iva e agli adempimenti dichiarativi collegati, oltre che all’obbligo di fattura elettronica. Una vera e propria gabbia per lavoratori non dipendenti e per le migliaia di micro e piccole imprese che si trovano sul suolo italiano.

Ma proprio sulle misure del Ddl di Bilancio, che tra l’altro abolisce anche il regime di flat tax al 20% per ricavi o compensi da 65mila a 100mila euro che sarebbe dovuto partire a gennaio 2020, i tecnici del Senato avanzano dubbi sulla quantificazione delle misure. Il servizio Bilancio di Palazzo Madama sottolinea, come scrive il Sole 24 Ore, che “non è indicato il numero di soggetti che, si ipotizza, transiterà dal regime forfettario vigente a quello più stringente proposto dalla manovra. Suddiviso tra soggetti che sostengono oneri per lavoro dipendente oltre il limite di 20mila euro e soggetti che l’anno precedente hanno percepito redditi di lavoro dipendente oltre la soglia di 30mila euro”.

Inoltre, fanno notare sempre i tecnici, non si tiene in considerazione nella stima di maggior risparmio il valore dell’aliquota media Irpef che, secondo le simulazioni del governo, è possibile dedurre in percentuali notevolmente differenti tra loro a seconda dei casi con aliquota media che va dal 3% a quella del 41,6 per cento. Una grande confusione insomma. E la massima certezza che questo marasma non farà bene né ai lavoratori autonomi, né alle casse dello Stato.