Assocalzaturifici, appello alla politica: difendete il made in Italy di qualità

Presentato a Montecitorio lo Shoe Report 2016 sullo stato del settore. Le richieste per accelerare l'uscita dagli anni della crisi: banche più attente all'assegnazione del credito, riduzione del cuneo fiscale per imprese e lavoratori, defiscalizzazione degli investimenti per ricerca e sviluppo. La presidente Annarita Pilotti: "Togliere le sanzioni alla Russia e impegno per far approvare l'eticchetta Ue del Mad In"

Appello alla politica perché sostegna la ripresa del settore calzaturiero made in Italy e focus sull'accesso al sistema creditizio e finanziario alla presentazione alla Camera dei Deputati, dello Shoe Report 2016, il Rapporto nazionale dedicato al settore edizione numero 8, promosso da Assocalzaturifici Italiani (con il contributo di theMicam, il salone della calzaturea leader a livello internazionale che si tiene a Fiera Milano), e realizzato da Ermeneia – Studi & Strategie di Sistema.

“Le nostre aziende vogliono svilupparsi e crescere perché hanno tutte le carte in regola per farlo – ha detto Annarita Pilotti, presidente di Assocalzaturifici – e le opportunità del credito diventano oggi fondamentali perché è indispensabile investire sulla qualità del prodotto e sul Made in Italy come elemento di buona reputazione delle imprese e plusvalore in grado di aprirle verso nuovi mercati”. E per questo, ha aggiunto,”chiediamo alle banche di avvicinarsi alla nostra realtà con fiducia e proponiamo loro di creare opportunità di formazione per le nostre aziende occasioni in cui gli operatori del credito possano farsi conoscere, ma anche comprendere meglio la nostra realtà e le nostre esigenze. Non siamo solo fatturato, siamo industriali e professionisti che difendono una tradizione produttiva unica e apprezzata. Le banche ci sostengano nella nostra battaglia”.

Malgrado 7 imprese su 10 tra quelle intervistate nel rapporto si dicano soddisfatte del loro rapporto con gli istituti bancari, molte chiedono una diversa e migliore assegnazione del credito perché le banche esitano a esporsi verso quelle con potenzialità di crescita ma non abbastanza capitalizzate. Servono quindi criteri di valutazione più evoluti e completi, che rispecchino un ritorno delle banche “all’economia reale”, pur riconoscendo la necessità di migliorare la propria cultura economico-finanziaria.
Più combattuto, fra interesse e diffidenza, è, invece, il grado di apertura delle aziende calzaturiere all’ingresso di soggetti “esterni” nel capitale. Solo il 3% degli intervistati ha preso o sta prendendo in considerazione la possibilità di aprire a investitori, ma la metà del campione non esclude di considerare la cosa in futuro e riconosce la necessità “di sviluppare un sistema di finanziamento extra-bancario rispetto a oggi”. La soluzione potrebbe essere quella di adottare una “strategia di accompagnamento” più sofisticata, sia grazie a processi di snellimento di accesso al credito bancario ed extra-bancario, sia attraverso investimenti dedicati alla formazione per le imprese che hanno ancora pochissima esperienza in ambito finanziario.

Dopo aver ricordato - “da imprenditrice che lavora sul campo” - le oltre 150 aziende chiuse negli ultimi due anni e gli oltre 8.500 posti di lavoro persi, il presidente di Assocalzaturifici (che rappresenta oltre 650 piccole e medie imprese associate e 77mila addetti) ha lanciato un appello “forte e accorato” perché si possano togliere “le maledette sanzioni alla Russia”.
“Noi di Assocalzaturifici promuoviamo da anni una fiera importantissima a Mosca: l’Obuv dove da oltre 20 anni hanno sempre partecipato più di 300 aziende italiane, portando a casa ordinativi e commesse. L’ultima edizione ha visto la presenza di circa 120 aziende, portando ciascuna un quarto degli ordinativi di qualche anno fa. Le sanzioni, insieme alla svalutazione del rublo, al prezzo del petrolio e alla politica nazionalistica, hanno contribuito al crollo del mercato. Mi auguro solo che il presidente Putin non decida di applicarle lui a noi le sanzioni, al nostro settore”.
“Sapete quante delle nostre aziende hanno la forza di aprire negozi monomarca o addirittura di delocalizzare la produzione? Meno del 10%. E le altre? Le altre chiudono, riducono quote di mercato, licenziano personale, e pensano di vendere l’attività”. Questo mentre a guadagnare con le sanzioni “sono gli Stati Uniti che nel nostro settore aprono negozi e filiali in Russia”. E ha citato l’esempio di grandi brand americani come Michael Kors, Reebok e Adidas.

La Russia è una grossa spina nel fianco di un comparto manifatturiero toccato da una crisi lunga e profonda che resiste in uno scenario in chiaroscuro che ha visto ridurre la quantità della produzione del 15,1% dal 2008 al 2015 anche se ne primi sei mesi del 2016 il calo è stato solo di 2 punti, con segnali di ripresa. Il prezzo medio di un paio di scarpe è passato nello stesso periodo da 31,2 a 41,7 euro, il 33,75%, in più con un innalzamento della qualità del prodotto made in Italy sempre più apprezzato nelle fasce medio - alto e alto che ha compensato la riduzione dei volumi. Sul fronte dell’export la crescita in valore è stata del 3,8% nel primo semestre dell’anno e il trend va avanti da cinque anni con la bilancia commerciale positiva. Da qui la necessità di sostenere il settore e la manifattura made in Italy.

Infatti la presidente di Assocalzaturifici è tornata ad affrontare le questio ancora irrisolta dell’etichetta europea Made In: “Sono 10 anni che se ne parla, non c’è più tempo, facciamolo e basta”. “E’ possibile questo? - ha detto rivolta ai parlamentari -. Sono anni in cui si cerca, senza alcun risultato, di garantire una norma di civiltà, che possa informare il consumatore finale circa la provenienza geografica del prodotto. Mi chiedo: ma a chi fa paura questo Made In? Ora con l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea, ci sono le condizioni per ottenere la maggioranza, e far passare questa proposta, che il Parlamento Europeo si esprima a stragrande maggioranza a favore dell’etichettatura obbligatoria e la Commissione possa invece smentire questa maggioranza?”.

Poi ha aggiunto: “E’ necessario un cambio strutturale della politica fiscale in Italia. Devono essere liberate quante più risorse possibili a favore di imprese e lavoro, perché solo in questo modo si potranno pagare di più i dipendenti, guadagnare in competitività e investire, creando ricchezza e favorendo la ripresa dei consumi in questo Paese”. “Confindustria, sta facendo una proposta concreta: incentivare lo scambio salario - produttività, affinché chi produce guadagni e chi guadagna possa redistribuire senza che il lavoratore debba vedere in busta paga meno della metà del costo azienda. Occorre però che il governo ci consenta di poter dare di più ai nostri lavoratori. Oggi ad esempio per 50 euro lordi in busta paga, l’azienda deve mettere a bilancio circa 75 euro e al lavoratore arrivano circa 31 euro netti. Capite che parliamo di una forbice insostenibile per entrambe le parti. Oggi è difficile fare impresa in Italia. Nel nostro manifatturiero paghiamo le tasse anche sugli insoluti”.

Annarita Pilotti ha infine sottolineato l’importanza della risoluzione presentata dall’onorevole Petrini che impegna il governo a prendere misure per agevolare le spese per la realizzazione delle collezioni e campionario. “Il governo, deve comprendere che il comparto moda calzatura, dovrebbe essere parte integrante dell’Industria 4.0 presentata dal ministro Calenda, che ha messo a disposizione un fiume di risorse, circa 12 miliardi di euro in tre anni. Anche noi abbiamo il diritto di essere coinvolti non solo per i macchinari, ma anche per ricerca e sviluppo”.