Trump: "Alla Fed ci vorrebbe Draghi"

Il tycoon: «Powell non lavora bene, ho il diritto di cacciarlo». La guerra con la Cina

«A guidare la Fed ci vorrebbe Draghi». Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, invoca a sorpresa «super Mario» nel suo ennesimo attacco all'attuale numero uno della Federal Reserve, Jerome Powell, che secondo l'inquilino della Casa Bianca «non sta facendo un buon lavoro». In un'intervista a Fox Business, Trump ha sparato cannonate contro Powell, rivendicando il suo «diritto di licenziare» il capo della banca centrale Usa e steso tappeti rossi per l'italiano che in autunno lascerà la guida dell'Eurotower. Un apprezzamento inatteso considerando che il 18 giugno lo stesso presidente Usa aveva accusato Draghi di svalutare l'euro sul dollaro con l'annuncio di un nuovo taglio dei tassi.

All'origine delle critiche alla Fed, invece, ci sono le mosse compiute dalla Banca Centrale Usa che ha gradualmente alzato l'anno scorso i tassi di interesse, danneggiando secondo Trump - la corsa della «sua» economia e della «sua» Borsa. L'intervista alla Fox è poi servita anche per buttare nuova benzina sul fuoco della guerra commerciale con la Cina. Trump ha però ipotizzato che, se non verrà raggiunto un accordo, i dazi potrebbero essere al 10% e non al 25%: «Il mio piano B con la Cina è incassare miliardi di miliardi di dollari al mese e fare sempre meno business con loro», ha detto alla Fox. Tutto dipenderà dal suo incontro di sabato con il presidente Xi Jinping al G20 in Giappone. L'incontro è visto come un'occasione per spianare la strada alla ripresa dei negoziati, saltati a maggio quando Washington ha accusato Pechino di essersi tirata indietro rispetto a impegni già presi. Da allora la tensione è rimasta alle stelle. Il 10 maggio gli Usa hanno alzato al 25% dal 10% i dazi adottati nel settembre 2018 su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi.

La Cina ha reagito portando a sua volta al 25% i dazi su 60 miliardi di dollari di importazioni statunitensi. Poi il governo americano ha vietato alle aziende Usa di fornire prodotti a Huawei e ad altre aziende cinesi. E Pechino ha annunciato la creazione di una «lista nera» di aziende straniere non affidabili in cui potrebbe finire FedEx, che in un paio di casi non ha consegnato pacchi legati a Huawei per non violare le norme Usa. Non solo. Ieri il Global Times, tabloid del Quotidiano del Popolo (la voce del Partito comunista cinese) ha lanciato un durissimo attacco al segretario di Stato Usa, Mike Pompeo: «Il più falco dei falchi americani» è una minaccia per la pace mondiale, si legge nell'articolo ripreso dalla tv statale Cctv che ha letto alcuni passaggi ai milioni di telespettatori che hanno guardato il telegiornale di martedì sera. Pompeo è stato accusato di aver «contaminato il glorioso ruolo del diplomatico», di essere «la fonte di tutto il caos» negli affari internazionali e di essere un «pazzo».

Secondo il Wall Street Journal, intanto, i dollari di beni Made in China colpiti dai dazi adottati da Washington stanno trovando il modo di entrare nel mercato statunitense passando da altre nazioni in Asia come il Vietnam. Si tratta del cosiddetto «trasbordo», in base al quale esportazioni cinesi arrivano in un porto terzo e lì vengono riesportate come un prodotto che ha origine dal Paese in cui il porto si trova.