Elogio della "lucida follia": è il vero motore del progresso

Ma cos’è questa «lucida follia» attribuita (e autoattribuita) a Silvio Berlusconi? È un’idea, pazza per i più, che alla fine si dimostra giusta e vincente. L’esempio più antico risale a un genio primitivo, preistorico e sconosciuto, il primo uomo che decise di piantare un seme. Viveva, come tutti, di caccia e di raccolta di frutti, nessuno poteva avergli insegnato altro, e tuttavia lui, un giorno, decise di piantare un seme nel terreno, forse di innaffiarlo, e di aspettare. Possiamo immaginare quanto lo presero in giro i suoi amici, ma aveva ragione lui: con lucida follia aveva inventato l’agricoltura e con l’agricoltura una trasformazione di tutto il genere umano che determinò anche quelle successive.
Il più folle tra i lucidi e il più lucido fra i folli è stato Gesù di Nazareth, che – dal nulla – ha sfidato culture millenarie per sostenere che non è l’uomo a essere fatto per il sacro ma che il sacro è fatto per l’uomo. Per non dire di tutto il resto. Lucida follia di un autentico, grande rivoluzionario o – chi crede – divina follia.
Altro esempio, il più classico, è quello di Cristoforo Colombo. Non era il solo a credere che la terra fosse rotonda, ma ci voleva una testa matta quanto logica per organizzare una spedizione verso l’ignoto come quella che, per caso, scoprì l’America.
Per venire a tempi e personaggi più vicini, un bel caso è quello del conte Camillo Benso di Cavour. Il quale, piccolo e grassoccio come piccola e grassoccia era la nobiltà, decise che sarebbe riuscito in un’impresa tentata invano per secoli e secoli da imperatori, conquistatori, idealisti e avventurieri: unire l’Italia, senza avere mai neppure visto il centro-sud e partendo dallo Staterello piemontese. Un progetto al quale pochi avrebbero dato un soldo, ma la lucida follia di Cavour capì che il momento era giunto e si attuò in decisioni apparentemente assurde, come andare a combattere nella lontana Crimea per farsi degli alleati e utilizzare quella testa calda di Garibaldi per conquistare, con altri Mille infiammati in camicia rossa, tutta l’Italia meridionale.
E veniamo a ieri. Checché dicano le barzellette su Berlusconi, il quale aspirerebbe a prendere il posto di Dio, il presidente del Consiglio non si adombrerà se considero che la sua lucida follia non ha le dimensioni e gli effetti delle altre citate sino a qui (per ora, Cavaliere, per ora). Però fu dello stesso stampo. I maligni possono sostenere che, per lui, si trattava soprattutto di salvaguardare il suo impero; i sostenitori sfegatati possono credere che la «discesa in campo» fu esclusivamente un gesto ideale di amore patriottico e di passione civile. In entrambi i casi, che peraltro possono coesistere, l’ingresso in politica di Berlusconi fu il gesto – spericolato quanto calcolato – di un ragionatore pazzo.
Il sistema politico sul quale si era retta l’Italia per quasi mezzo secolo stava crollando e i postcomunisti (neanche tanto post) erano a un passo dal prendersi il potere, assurdamente proprio dopo il crollo del comunismo. Berlusconi lanciò, forte solo di se stesso e delle proprie idee, la sfida per una nuova maggioranza politica, per un centrodestra che in Italia non era mai andato oltre gli strapuntini del potere. Fece, addirittura, la promessa di una rivoluzione liberale che l’Italia aspettava da più di un secolo.
Poiché la sua follia era lucida, riuscì incredibilmente a conquistare il potere, a perderlo, riconquistarlo, riperderlo e riconquistarlo: rafforzandosi sempre più, ottenendo sempre maggiore consenso, fino a formare il grande partito nato ieri.
Non è riuscita, invece, la rivoluzione liberale promessa quindici anni fa e mai neppure iniziata. La responsabilità è stata attribuita di volta in volta a una magistratura ostile, all’inaffidabilità degli alleasti, all’11 settembre, alle contingenze economiche. Può darsi, anche se sembra soprattutto che la «rivoluzione liberale» abbia perso il sostantivo, e a volte anche l’aggettivo, perché la destra a disposizione era ancora troppo conservatrice, arcaica e – insieme – ancora bambina.
Adesso Berlusconi rilancia la sfida della rivoluzione liberale, contando che la destra sia diventa adulta e moderna. Nel nuovo impegno c’è dunque minore follia, ma un bisogno molto maggiore di lucidità, perché è finito il tempo dell’avventura e della conquista: ora si tratta di costruire, bene e in fretta, ripartendo dalle fondamenta, ovvero dalla Costituzione. Su questo, e Berlusconi lo sa, lo giudicheranno i contemporanei, i posteri, e anche il grande spirito di quell’uomo peloso che, per primo, decise di piantare un seme nella terra.
www.giordanobrunoguerri.it