«In un’epoca difficile una commedia di Plauto per ritrovare allegria»

Lo spettacolo del regista Di Gioia all’Umanitaria: «Testo adeguato alla modernità. Un soldato fanfarone esiste sempre...»

Matteo Failla

Passare da un tipo di teatro decisamente «out-off» - come quello di Strettamente riservato - e approdare al teatro «classico» con la messa in scena del Miles Gloriosus di Plauto, potrebbe forse sembrare un esperimento ardito, ma è invece parte di un interessante percorso tracciato dal regista Rocco Di Gioia, che sarà in scena con il suo spettacolo stasera presso l’Auditorium della Società Umanitaria. Nello spettacolo Strettamente riservato, divenuto un piccolo cult in molti locali milanesi, il pubblico diventava parte attiva delle vicende teatrali proposte dagli attori sotto forma di monologhi (forti ma mai volgari) che riguardavano tematiche quali il giallo, l’horror-thriller, la fantascienza, il pulp, il comico o l’erotico: il tutto in un contesto di teatro «out-off» fatto di tavoli vicino al palco intorno ai quali far sedere il pubblico, protagonista inconsapevole. Nel Miles Gloriosus invece si cambia radicalmente: si torna al teatro «classico», quello con palco e pubblico in platea.
Quale percorso l’ha portata da «Strettamente riservato» alla commedia di Plauto?
«Diciamo che ho una vera ammirazione per Plauto – afferma Rocco Di Gioia -, soprattutto per quella sua capacità di essere superiore a ogni giudizio morale, caratteristica ben difficile da esprimere in teatro e in letteratura. In questo testo compare solo la caricatura, gli intrecci, e siccome viviamo in un periodo dove tutto è pesante, abbiamo deciso di proporre qualcosa che potesse ridonare allegria».
Ha agito sul testo con un riadattamento?
«È stato un po’ asciugato, altrimenti sarebbe durato due ore e mezzo: è un testo molto lungo. Però abbiamo lasciato intatta l’impronta del Miles, senza tuttavia esentarci dal creare riferimenti alla modernità; alla fine un soldato fanfarone esiste sempre, e noi abbiamo rapportato tutto ciò che era il costume dell’epoca ai nostri tempi, tenendo come spunto la storia in sé».
E questo è uno spettacolo che ha girato in molte scuole...
«Assolutamente sì, lo abbiamo fatto e se ne sentiva il bisogno. Molti propongono titoli di classici ormai più che noti e assimilati: anche questo è un classico, per di più difficile da fare, ma che dovrebbe essere maggiormente rappresentato: metterlo in scena è stata una mia scommessa con l’esuberanza di Plauto. Lo portiamo in giro per i licei, con buoni risultati, all’interno di percorsi scolastici che abbiano già affrontato il significato del teatro e della commedia di Plauto. Dopo lo spettacolo spesso gli insegnanti confrontano il percorso di studi con la nostra messa in scena; e gli studenti ci pongono domande per capire meglio il lato più teatrale».
A che tipo di traduzione vi siete affidati?
«Ci sono diversi traduttori di Plauto (lo stesso Pasolini fu uno tra loro) e il problema principale rimane quello di alcune battute che un tempo potevano avere un loro significato che oggi si è invece perso. Ci siamo serviti della traduzione di Giovanna Saranda, arricchita da utili glossari che rendessero al meglio il testo
Ora porterete il vostro «Miles» in giro per teatri?
«Sicuramente continueremo il nostro viaggio anche all’interno delle scuole, ma non è escluso che dopo tante rappresentazioni di teatro out-off si possa anche pensare a un ingresso nel teatro più classico».