ERNST JÜNGER Un atlante fotografico della modernità

Nell’ex chiesa di San Carpoforo una mostra di fotografie dello scrittore tedesco

Ernst Jünger è stato soldato in due guerre, filosofo, romanziere, saggista, politologo, raffinato viaggiatore, pionieristico sperimentatore di droghe, appassionato entomologo. E, cosa che molti hanno dimenticato anche in Germania e pochissimi sanno in Italia, incantato studioso della fotografia, oltre che fotografo lui stesso.
A partire dai primi anni Trenta, l’intellettuale tedesco - affermato scrittore dopo il libro-culto Nelle tempeste d'acciaio (1920) e politicamente in bilico tra la critica alla democrazia della Repubblica di Weimar e l’appoggio al Partito nazionalsocialista di Adolf Hitler - curò ben cinque volumi fotografici, tra i quali, nel 1933, insieme all’amico fotografo e disegnatore Edmund Schultz, Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo nel quale raccolse e commentò centinaia di fotografie che raccontavano - attraverso questo “nuovo” strumento che Jünger reputave essenziale per «fissare la storia in un istante» - la realtà contemporanea. Un mondo dove sempre più protagonisti erano le masse, la guerra, l’inarrestabile progresso tecnologico, la violenza. Ossia, i grandi temi della sua indagine filosofica e della sua esperienza letteraria, dalla figura dell’Operaio (che assurge a dimensione mitica come interprete supremo del mondo moderno e delle forze che esso sprigiona) al rapporto tra massa e singolo individuo. E quanto lo scrittore tedesco concepisse la fotografia - ossia l’«occhio fotografico» - come strumento di comprensione del mondo, lo si può capire dalla mostra La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Jünger appena aperta nell’ex chiesa di San Carpoforo, a cura di Maurizio Guerri (fino al 30 settembre).
L’evento - la presentazione per la prima volta in Italia delle fotografie di quello che rimane uno dei grandi intellettuali del Novecento - è importantissimo sia dal punto di vista storico-culturale che artistico-filosofico. Tema centrale delle immagini in mostra, scelte o scattate da Jünger (settanta pannelli per circa 150 fotografie in totale), è il lavoro, insieme alla violenza bellica: il sangue e il fango delle trincee della prima guerra mondiale, le adunate naziste, le manifestazioni dei lavoratori sovietici, parate festanti lungo le vie di New York, le colate di fiamme delle grandi acciaierie... Esistono, d’altronde, relazioni non poi tanto nascoste fra arma da fuoco e macchina fotografica, fare la guerra e scattare fotografie, mirare a un soggetto e mirare a un nemico (in entrambi casi, in inglese, si usa il verbo to shoot... ). Lo stesso Jünger giunse a definire l’atto del fotografare come un fondamentale atto di aggressione: «Non c’è guerra senza fotografia. La stessa intelligenza che produce armi in grado di localizzare con estrema precisione il nemico nel tempo e nello spazio, si applica anche al conservare nei minimi dettagli i grandi eventi storici».
Jünger, che negli scritti filosofici analizza la storia con la stessa maniacale precisione con cui sonda nei suoi romanzi l’anima dell’uomo, trova nella macchina fotografia un perfetto “microscopio” per osservare asetticamente l’orrore della violenza, che coinvolge sia l’ordinamento civile che quello militare. Nella raccolta fotografica Il mondo mutato - e di conseguenza sui pannelli della mostra - il discorso visivo di Jünger si svolge attraverso la giustapposizione di immagini che pur riguardando sfere diverse della vita mostrano (meglio: svelano) inquietanti analogie: una grande manifestazione per le strade di New York, ad esempio, è accostata ad una parata militare. Pur in contesti diversi - secondo un celebre assunto filosofico jüngeriano - unica è la «mobilitazione delle masse». Elemento che ha nella modernità un carattere totale.