Gli esami cercano cause del decesso e dati sul soggetto: sesso, razza, età, altezza. Se dopo 12 mesi non si è arrivati all’identificazione, si procede alla sepoltura Ogni anno a Milano 50 morti senza nome Nel Laboratorio di Antropologia e Odontologia f

Con cadenza quasi settimanale, un carro funebre lascia l’obitorio di piazzale Gorini. Dentro un corpo senza nome. Poche chilometri poi al cimitero di Lambrate la bara viene calata in una tomba senza nome. Solo un riferimento, che rimanda ad alcuni frammenti archiviati. Serviranno per la comparazione del Dna nel caso un parente venga a reclamare il corpo.
Ogni anno infatti a Milano e provincia sono circa 50 i cadaveri privi di elementi identificativi, rinvenuti solitamente in zone abbandonate. E tutti prendono la strada del «Labanof», Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, dove verranno esaminati da una équipe interdisciplinare. Istituito nel ’95 infatti comprende una serie di esperti e tecnici diretti da Marco Grandi e Cristina Cattaneo. Tra loro laureati, oltre che in medicina, in biologia, scienze naturali, odontoiatria. Per un tristissimo compito: rivoltare il cadavere come un calzino alla ricerca di tutti i dati possibili e immaginabili.
Esaminando un corpo, anche in pessime condizioni, si riesce infatti a stabilire con un ottimo grado di approssimazione sesso, razza, età e statura. Ulteriori analisi di laboratorio sono in grado di dire se la vittima sia - per esempio - annegata, polmoni pieni d’acqua, o avvelenata, residui tossici nel sangue. Anche un semplice scheletro può raccontare molte cose. L’osservazione del collo può rilevare lo strangolamento attraverso la rottura di certi piccoli ossicini, quella del cranio un trauma violento. Un esperto stabilisce poi con relativa facilità se la frattura è avvenuta prima o dopo il decesso. Scheggiature sulle mani possono lasciar sospettare «ferite da difesa» causate dal tentativo di fermare un aggressore armato di coltello.
Non solo, ma recentemente si è scoperto quanto sia importante anche l’analisi dell’eventuale fossa dove i poveri resti siano stati sepolti. Ecco quindi intervenire esperti di botanica, entomologia, zoologia e archeologia. Indizi come la presenza su cadavere di determinati animali, lo sviluppo della vegetazione, possono infatti datare con una certa precisione il momento della sepoltura. Con sofisticate tecniche si possono ricavare da pochi e deteriorati frammenti di polpastrelli, chiare impronte digitali. O dal teschio un volto ricostruito con la plastilina. Insomma tutte tecniche che sembrano uscite da qualche telefilm americano, tipo «Csi». E difatti la «squadra» lavora a stretto contatto con forze di polizia e magistratura.
Ma tralasciando i casi polizieschi, forse i più intriganti, ci sono anche tante poveri morti senza nome da cercare di identificare. Vecchietti smarriti, adolescenti in fuga, clochard, extracomunitari, neonati abbandonati e lasciati morire alle intemperie. Ogni volta è un paziente lavoro di ricomposizione. Al termine del quale abbiamo quella famosa scheda, tante volte sentita nei polizieschi americani: maschio, razza bianca, 30 anni circa, alto 1.80, con allegata la probabile, ma spesso sicura, causa del decesso. Però a questo punto le indagini possono arenarsi. Una volta fatto l’identikit non si riesce a passare all’ultimo fondamentale tassello: nome e cognome. A questo punto i poveri resti vengono conservati per un anno e poi sepolti in forma anonima. Come detto infatti non tutti i morti sono milanesi e i loro parenti nemmeno sospettano che le onde del destino abbiano sospinto il loro caro scomparso a morire tanto lontano da casa. E finirà dunque in una tomba senza nome.