Evviva i dualismi: hanno fatto la storia

Se parliamo di diverse visioni delle cose e del da farsi, nella nostra storia si può risalire addirittura ai padri fondatori supremi, i fratelli Romolo e Remo. Il primo fece secco l’altro, pur di comandare e prendersi tutto. È una leggenda, lo sappiamo, ma sono storia gli scontri militari fra capi romani, come Mario e Silla. Saltiamo tutto il medioevo, il Rinascimento e quel che ne seguì, se no non finiremmo più, e arriviamo ai due padri fondatori della patria odierna. I quali non sono Brunetta e Tremonti (avete già capito che questo articolo prende spunto dai loro dissidi, dalla loro visione personale dei problemi), bensì i più noti Vittorio Emanuele II e Camillo Benso, conte di Cavour.
Entrambi volevano arrivare allo stesso risultato: l’Unità d’Italia, secondo la versione ufficiale, romantica e scolastica; oppure espandere in tutta Italia il Regno di Sardegna e Piemonte, secondo una versione più cinica e probabilmente più veritiera. È difficile che gli uomini – e massime gli uomini di grande potere – agiscano spinti da una molla sola, per di più soltanto nobile. Anche se spesso sono convinti di avere ragione nell’interesse comune, nella maggior parte dei casi interviene pure la libidine del potere, appetibile più di qualunque donna. (Fa testo, una volta tanto, un proverbio: comandare è meglio che fottere. Non sono d’accordo, ma questa è un’opinione personale.)
Il re aveva molta più fretta e molta meno attenzione ai problemi di politica internazionale del suo primo ministro, e entrambi brigavano – anche di nascosto – per affermare il proprio punto di vista. L’episodio più clamoroso riguardò la spedizione dei Mille, quando Cavour voleva che Garibaldi non avanzasse nel Regno delle Due Sicilie, preferendo provocare una sollevazione dei napoletani che giustificasse l’intervento armato piemontese. Vittorio Emanuele obbedì, recalcitrante, a Cavour, e ordinò al generale in camicia rossa di non varcare lo stretto di Messina: poi, in segreto, gli fece sapere di «andare avanti in nome dei vostri doveri verso l’Italia». L’unità si sarebbe compiuta lo stesso, ma oggi avremmo un po’ meno monumenti a Garibaldi, un po’ meno cavalli di bronzo in piazza, e qualche monumento in più all’eroe in occhialini, pancetta e panciotto.
Saltiamo al fascismo, senza neppure citare il caso che coinvolse un altro Vittorio Emanuele, il III: quando Dino Grandi brigò con lui, nel luglio del 1943, per rovesciare Mussolini. Non sappiamo ancora per certo quanto e in che modo brigò, e del resto per rovesciare un dittatore ci sono pochi altri mezzi, oltre la violenza e l’inganno. Prendiamo invece un esempio di «dissidio personale» fra il duce, non ancora diventato capo del governo, e uno dei suoi collaboratori più importanti: Italo Balbo. Senza Balbo, vero organizzatore dello squadrismo, Mussolini non avrebbe potuto prendere il potere, e questo si sa. Però ci sono tre episodi meno noti in cui Balbo fu determinante più di Mussolini, anche contro lo stesso duce, cambiando la storia d’Italia. Il primo fu nel luglio del 1922, quando il capo del fascismo trattava per entrare pacificamente in un secondo governo del liberale Facta, che avrebbe evitato la marcia su Roma. Balbo, scientemente, glielo impedì mettendo a ferro e fuoco con le sue squadre le organizzazioni socialiste romagnole, e quindi costringendo Facta a interrompere la trattativa, Mussolini a scegliere l’ipotesi insurrezionale. Il secondo episodio avvenne a favore del duce, proprio durante la marcia, quando Balbo – uno dei quattro capi militari dell’operazione – impedì con il suo impeto che gli altri tre «quadrumviri» bloccassero la manovra, spaventati dall’enormità di quello che stavano facendo e dalla disparità di forze in campo. Infine, nel 1924, Mussolini, al punto più basso della propria popolarità a causa del delitto Matteotti, tentennava, incerto sul da farsi, e subiva ogni giorno i colpi dell’opposizione: il 31 dicembre Balbo gli si presentò davanti, insieme a molti altri capi della Milizia, da lui organizzati, e lo pose di fronte al dilemma: o il duce prendeva di petto la situazione, e sarebbe rimasto duce, oppure si sarebbe trovato a fronteggiare anche una rivolta interna dei più decisi fra i suoi uomini. Tre giorni dopo, il 3 gennaio 1925, con il celebre discorso alla Camera, Mussolini instaurò la dittatura.
I personalismi si confondono con le posizioni politiche diverse, e spesso è impossibile distinguerle. Certo è che entrambi i fenomeni sono alla base dei grandi cambiamenti. Saltando a piè pari (per uggia) la Democrazia cristiana, cosa sarebbe accaduto se nel 1976 l’ambizione del giovane Bettino Craxi, e la sua visione del ruolo del Psi, non avessero prevalso sul tradizionalismo di Riccardo Lombardi? Oppure: quale Italia racconteremmo oggi se, al momento della «discesa in campo» di Berlusconi, avessero prevalso i – ben motivati – consiglieri che lo supplicavano di non farlo?
E qui chiudo, non per mancanza di spazio. «Beh?», si chiederanno le mie centinaia di migliaia di lettori: «Di Brunetta e Tremonti non ci dici niente?». No. Il compito della storia è portare esempi e spunti di riflessione: chi vincerà lo sapremo fra poco. Chi sarebbe meglio avesse vinto lo sapremo solo fra qualche decennio.
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