Expo 1906, ecco come Milano scoprì il liberty

Grande Expo: nel 2015 non sarà la prima volta che Milano srotola una passerella internazionale. Alla fine di aprile del 1906 si apriva in città la prima Esposizione Internazionale, realizzata per celebrare il traforo ferroviario del Sempione. Oggi sopravvivono ancora poche ma suggestive testimonianze di quella «Expo Liberty» che occupò circa un milione di metri quadri tra il Parco Sempione e la Piazza d’Armi del Castello. Anzitutto l’Acquario di viale Gadio, progettato dall'architetto Sebastiano Locati e abbellito da fregi e monumenti dello scultore Oreste Labò e, fuori dal centro, il quartiere operaio Umanitaria di via Solari, 40: primo e incontrastato esperimento di housing sociale a Milano.
Il complesso fu inaugurato in coincidenza con l'inizio dell'Esposizione e sta tuttora lì, per nulla spaesato, in piena zona del Design. «Pensi che quando qui dentro funzionava la biblioteca - dice un anziano che in via Solari 40 è nato - la gente di altri quartieri veniva a fare la coda per prendere uno dei 60 libri che quotidianamente erano concessi in prestito». Sì perché il quartiere Umanitaria, oggi in carico al settore Demanio del Comune, è tuttora un modello residenziale rivoluzionario. Il progetto venne affidato nel 1904 all'architetto Giovanni Broglio, che insieme alle unità abitative volle anche docce maschili e femminili, lavanderia, locali per riunioni, biblioteca, sala di ritrovo e allattamento, campo bocce con annessa tavernetta.
Col tempo alcune funzioni hanno subìto modifiche: la biblioteca è chiusa dagli anni Ottanta, quando il pavimento ha ceduto; oggi gli inquilini sono ancora tutti in affitto, ma i monolocali di 25 metri quadrati sono inagibili perché privi dei requisiti di abitabilità. Ai piani terra si trovano molte sedi di associazioni. «Nei locali del vecchio lavatoio - dice Giancarlo Lodigiani, un anziano residente - è stata ricavata una palestra e dove fino al Sessanta si erano esibite la banda e la filodrammatica del caseggiato, oggi c'è una scuola di musica». Di quel periodo Lodigiani rimpiange anche altre cose: «Qui - svela - si viveva tutti con la porta aperta, altro che serrature e porte blindate».
Molti milanesi ignorano questo quartiere - modello costruito in un solo anno, tra il 1905 e il 1906. A quel tempo Milano contava 460mila abitanti circa; 280mila dei quali erano operai senza alcuna tutela e alloggiati in tuguri malsani sprovvisti di acqua, fognature, riscaldamento, servizi igienici. Il problema-casa faceva rima con la parola tifo, mentre l'immigrazione continuava ad aumentare. La Società Umanitaria, colse al balzo l'opportunità offerta dalla legge Luzzatti, che dava agevolazioni ai costruttori di case popolari, e mise sul piatto due milioni di lire (circa sette milioni di euro attuali). Così su un'area di 11 mila metri quadrati, sorsero 11 edifici di quattro piani per un totale di 240 appartamenti di uno, due e tre locali. Tutti con latrina privata, condotto per le immondizie, acquaio e acqua potabile. Il complesso popolare accolse un migliaio di inquilini per un affitto attorno alle 100 lire all'anno. Un esempio di buon governo che purtroppo rimase unico, o quasi (qualche anno dopo, l'Umanitaria edificò anche in viale Lombardia un complesso più piccolo).
Alcuni inquilini di via Solari proprio in questi giorni stanno cercando di recuperare il vecchio campo di bocce: «L'intento - dice Barbara, una delle volontarie - è quello di sanare questa area degradata per restituire al caseggiato un luogo di incontro». Nelle corti interne si cammina ancora sul ciottolato anche se un po' sconnesso: «Qualcuno nottetempo - dice Giuseppe - ogni tanto si frega i sassi». C'è pure un giardinetto interno con le panchine. Il Comune, che ha acquistato il complesso negli anni Ottanta, risana un po' a singhiozzo: ci sono facciate restaurate e facciate scrostate e gonfie di umidità. «Qui cadono i cornicioni - dice un altro residente - e i sottotetti sono pieni di zecche». Un vero peccato: «Quando gli studenti di architettura vedono le cantine in volta coi mattoni a vista - dice Marcello Pelosi, che abita nel complesso da una trentina d'anni - restano sbalorditi dalla loro bellezza e solidità». Sono un fiume in piena gli abitanti di via Solari, 40, soprattutto i più anziani che hanno imparato meglio di altri la solidarietà, l'amicizia, la cooperazione indotte dal singolare modello abitativo. «In questa casa - dice un altro - è nato anche un grande come Elio Quercioli, vicesindaco dal 1980 al 1985 e marito della Mimma Paulesu, la nipote di Antonio Gramsci». Sul portone, sopra il numero civico, campeggia una scritta orgogliosa: «Primo quartiere popolare della società Umanitaria».