Fazio, condanna a 4 anni È la vittoria dell'ipocrisia

Per la prima volta nella storia un ex governatore della banca d'Italia riconosciuto colpevole di un reato. Come fosse l'unico responsabile delle tante nefandezze finanziarie. Ma non è così. <strong><a href="/interni/era_larbitro_ma_partita_favori_fiorani_e_violo_regole/29-05-2011/articolo-id=525995-page=0-comments=1">La sentenza</a></strong>

Vedere le chiavi della cella appoggiate all’interno delle sale della Banca d’Italia farà a molti un’impressione vicina a quella di assistere a un sacrilegio. Se infatti le schermaglie fra politica e giustizia sono diventate ormai una consuetudine, assistere a una condanna di un ex Governatore è una prima assoluta. Da Palazzo Koch sono infatti usciti alcuni dei nomi considerati tra i più illustri nella storia delle nostre istituzioni, basti pensare a Carli, Menichella ed Einaudi, rappresentando per lo Stato una sorta di «potere di supplenza» di pregiati tecnici. Lo status di indipendenza vantato dalla Banca d’Italia (condizione necessaria nei periodi in cui all’istituto spettava l’emissione di moneta: troppo grande il rischio che una funzione così delicata potesse essere piegata a convenienze elettorali) ne ha sempre fatto una specie di isola intoccabile, quasi uno Stato nello Stato, un Vaticano economico abituato a vigilare e mai a essere vigilato.
Una condanna di un Governatore per un reato finanziario solo pochi anni fa sarebbe sempre stata vista come un assurdo: chi fa le regole non è uso subirle. Antonio Fazio, a cui si deve questo discutibile primato, con la sua condanna a quattro anni (e altri procedimenti sono in corso) paga forse un eccesso di sicurezza sulla propria intoccabilità e una scelta disinvolta dei propri partner, incaricati di realizzare i propri disegni. Ma una sentenza di questa portata sembra quasi indicare un unico grande colpevole per le malefatte di un’intera generazione del capitalismo nazionale. E così non è.
Il finanziere Francesco Micheli, quello che ha «importato» in Italia le scalate in Borsa, in un suo famoso decalogo, diceva che per un'operazione aggressiva bisogna scegliere le migliori armi disponibili. Fazio si scelse invece come braccio armato, oltre alle coop, un individuo troppo discutibile come il banchiere di Lodi Giampiero Fiorani e una sgangherata squadra di immobiliaristi, capitanata dall'ormai celebre Ricucci, l'inventore della fortunata definizione dei «furbetti del quartierino», non avvezzi a nessun tipo di regola di mercato e specialmente ignari di una delle prime, vale a dire: «Chi tocca il Corriere muore». Stefano Ricucci (uscito anzitempo con patteggiamento dal processo che ha registrato ieri la condanna di Fazio), invece pensò bene di imbarcarsi con la grancassa in una scalata alla Rcs, svegliando quindi la Procura e dichiarando la fine della sfortunata impresa.
Gli errori, quando sono clamorosi, non ci si stupisce se si pagano, tuttavia non si deve pensare che Antonio Fazio sia stato l'unico personaggio che abbia trafficato dietro le quinte della finanza. Stupisce semmai che nella botola ci sia finito solo lui, perché la lista delle operazioni sospette passate per Piazza Affari (anche con la benevolenza di Bankitalia) è assai lunga (si pensi per esempio alle scalate a Telecom o allo strano caso dello swap Ifil-Exor). Sembrava quasi che quanto più uno la combinava grossa, tanto maggiore fosse l'impunità concessa. E ancora: non che le Banche Centrali estere siano poi dei templi di purezza. Chissà cosa si sarebbe potuto imparare se, a fianco dei baci telefonici fra Fazio e Fiorani, si potessero ascoltare, ad esempio, i discorsi del weekend in cui negli Stati Uniti si decise arbitrariamente di obbligare Bank of America a salvare Merrill Lynch, condannando al fallimento la banca Lehman Brothers, con le conseguenze che tutto il mondo ha patito.
In attesa della sentenza definitiva Fazio va quindi probabilmente considerato più che l'unico uomo nero della finanza, come l'unico che abbiano scelto di beccare e il giudizio sul suo operato, non privo di lati positivi, sarebbe ingiusto se si fermasse alla condanna. Del resto c'è chi aveva da «usare» un colosso come Bank of America e chi aveva Ricucci, Consorte e Fiorani: le conseguenze non devono sorprendere.