Festa dell’Unità da abolire. La Quercia ci pensa

I giornali dedicano articoli e commenti al tema ma i big dei Ds si defilano dal dibattito

Roma - Non sono le salsicce il problema e tantomeno chi le cuoce. Dietro alla polemica scoppiata in questi giorni intorno alla festa dell’Unità, a guardare bene si nasconde una specie di crisi d’identità ante litteram, qualcosa di più profondo e pericoloso della perdita di folklore e socialità che in molti si sono affrettati a difendere. In sostanza un banco di prova imprevisto dei propositi comuni e fondanti del Partito democratico.

Una questione non da poco. Ilvo Diamanti sulla Repubblica, ricorda che la festa dell’Unità riassume «molti degli aspetti del partito di massa tipici della prima Repubblica», e uno strumento fondamentale nella costruzione del consenso attraverso un legame profondo tra società e territorio. Un luogo d’incontro dove la «politica fa comunità» in cui echeggia la memoria dei «padri» della politica e della storia militante del partito di massa. Che adesso non esiste più ricorda Diamanti, come non esistono più nemmeno quelli che ne sono stati gli eredi.

E allora? Costruire un nuovo partito significa andare oltre tutto ciò e di fronte a questo bivio il Pd procede ancora incerto non avendo riferimenti storici precisi e definiti. Per questo, spiega Diamanti, il dibattito sulle feste «costringe il Pd a interrogarsi su cosa sarà, su cosa voglia diventare» e se, soprattutto, «ammainare le bandiere e i sistemi organizzativi da cui origina». Proprio la questione che affrontata nell’ultima di dieci tesi «per misurare le novità del Pd» da Salvatore Vassallo, ulivista e parisiano, ha scatenato le ire dei ds. Vassallo ci torna su affidando al Corriere una lettera di chiarimento che non sa però di retromarcia. Anzi, rilancia e insinua il dubbio «che l’acrimonia di cui sono stato fatto oggetto nasconda l’interesse a mettere in secondo piano alcuni degli altri nove punti che ho sollevato».

La premessa è che un partito di popolo ha bisogno di momenti «conviviali, di dibattito e simboli comuni» e sotto questo profilo le feste dell’Unità rappresentano «una formula speciale imitata senza successo». Un momento ideale quindi per «cominciare a dare corpo al nuovo partito». Ma i momenti unificanti, spiega Vassallo, «non possono essere segnati da simboli che dividono» perché «sotto quei simboli molti democratici possono essere volentieri ospiti ma non si potranno mai sentire a casa propria».

La soluzione? Un trasloco, ma poco impegnativo, visto che una casa già c’è e si chiama Ulivo. Anche perché, si chiede,«quale sentimento unitario alimenterebbero quando sarà nato il Pd e, considerato il pulpito da cui vengono le critiche più accese, quali soggetti finanzierebbero». Una tesi che non sta bene a Roberto Cuillo, responsabile informazione ed editoria dei Ds, che bolla il dibattito come «un po’ infantile» e ricorda che «le due cose possono stare insieme e costituire un valore in più per tutti i Democratici». In cui le singole «storie» sono il terreno su cui «poggiare» l’identità del Pd. «Per questo - conclude - è giunto il momento di dire una cosa semplice: tutti coloro che contribuiscono alla costruzione del Partito democratico si impegnino a studiare nuove forme, luoghi e modi di aggregazione popolare».