Fiat, l'operaio diventato il primo Marchionne...

Riccardo Ruggeri, dall’officina 5 di Mirafiori al vertice di New Holland, nata dalla fusione con Ford. "Ma poi fui mandato in pensione da un funzionario che aveva 6 anni più di me..."

L'umida por­tineria di Torino in cui venne al mondo Riccardo Ruggeri, al numero 9 di piazza Vittorio Veneto, mi­surava 15 metri qua­drati. Il lavandino con l'acqua corrente e il gabinetto erano in cortile. All'ingresso un tavolino con sopra un vaso, dentro il qua­le la portinaia Maria Caterina, la nonna di Ruggeri, sistemava con amorosa simmetria i fiori appassiti scartati dal conte Prato Previ­de, proprietario del palazzo. Oltre il paraven­to, le brandine pieghevoli che venivano aperte solo per la notte. Ci dormivano Carlo, operaio alla Fiat, figlio della portinaia, e sua moglie Brunilde, che sarebbe diventata a sua volta operaia alla Fiat dopo la prematu­ra morte del marito: i genitori di Ruggeri. Ol­tre il tramezzo, la camera di nonno Giovan­ni, operaio alla Fiat, e di nonna Maria Cateri­na, che ben volentieri cedettero il loro letto matrimoniale alla nuora affinché il 6 dicem­bre 1934 potesse partorirvi Riccardo.
Anche Riccardo Ruggeri è stato operaio al­la Fiat. Era il 1953 quando fu assunto nello stabilimento di Mirafiori. Solo che poi ha fat­to carriera, fino a lavorare con Gianni e Um­berto Agnelli. Ha conosciuto il mitico presi­dente Vittorio Valletta e l'ingegner Dante Giacosa, il progettista della 500 e della 600. Ha collaborato con Carlo De Benedetti e Ce­sare Romiti. Ha negoziato con Muammar Gheddafi e Saddam Hussein. Ha ritirato il Queen's Award dalle mani della regina Elisa­­betta d'Inghilterra. Ha consegnato medaglia e pergamena a suo figlio Carlo, principe di Galles, dopo una finale di polo. Ha trascorso piacevoli pomeriggi a Windsor con il princi­pe Filippo, Lady Diana e Camilla Parker Bow­les. Ha sollecitato l'ingegner Enzo Ferrari a pagargli certe fatture per le vernici rosse dei bolidi di Maranello che erano rimaste ineva­se, ricevendone in cambio un vaticinio: «Lei è destinato a fare una grande carriera, in Fiat o altrove». Ha avuto l'onore d'essere uno dei cinque non americani insigniti della laurea honoris causa in legge nei 140 anni di storia della Loyola University di Chicago.
Ha fatto qualcosa di più, l'operaio Ruggeri Riccardo, fu Carlo, tor­nitore nell'officina 5 di Mirafiori, nominato pri­ma impiegato, poi diri­gente, quindi ammini­­stratore delegato di va­rie società, infine com­ponente del comitato direttivo di Fiat hol­ding, il sancta sancto­r­um presieduto dall'Av­vocato dove venivano prese le decisioni strate­giche del gruppo: nella sua veste di chef executi­ve­officer della New Hol­land, ha macinato utili su utili e mantenuto a galla l'intera baracca.
Ruggeri è stato il Ser­gio Marchionne degli anni Novanta. Ha fatto con i trattori quello che il manager italo-cana­dese sta tentando di fa­re con l'auto. Nel 1991 ha fuso insieme due ra­mi d'azienda virtual­mente falliti: da una par­te Fiat trattori e Fiatal­lis, dall'altra Ford tractors. Un'operazio­ne complessa quanto quella che Marchionne ha condotto su Fiat au­to e Chrysler, perché ne è nato un colosso, New Holland appunto, con 33.000 dipendenti e 21 stabilimenti in quattro continenti, presente con le sue macchine per movimento terra (trattori, mietitrebbie, escavatori) in 140 Paesi del mondo, contro le 48 nazioni in cui sono attualmente vendu­te le auto del marchio torinese.
Quando l'ex operaio si lanciò in quest'av­ventura, New Holland fatturava 2,5 miliardi di dollari.Trascorsi cinque anni,l'aveva por­tata a 6 miliardi con la metà dei dipendenti. Al cambio dell'epoca,fanno quasi 10.000 mi­liardi di lire. Oggi fattura 12 miliardi di dolla­ri. Il coronamento del piano di salvataggio fu la quotazione a Wall Street, dove New Hol­land fu valutata 32 volte il patrimonio netto iniziale. Ma a Ruggeri negarono la gioia di suonare la campanella nel primo giorno di contrattazioni del titolo alla Borsa di New York. Prima del lieto evento, da Torino arri­vò nel suo ufficio di Londra un altissimo fun­zionario. «Mi notificò che, avendo 61 anni compiuti, dovevo andarmene in pensione». L'anonimo collega incaricato di dargli il ben­servito di anni ne aveva 67. Ruggeri si limitò a fargli presente che forse i gerontocrati di corso Marconi avrebbero dovuto se non al­tro affidare per delicatezza l'ambasciata a un missus dominicus meno attempato.
Riccardo Ruggeri non ha mai recriminato. Chiusa l'esperienza di una vita, ha intrapre­so varie attività. Ha creato con nuora e figlio un'industria di moda d'avanguardia che ha lanciato a livello planetario un visionario stili­sta scoperto in California, Rick Owens, oggi celebre per la sua maison di Parigi. Ha scritto tre libri in due anni: Parola di Marchionne , uscito nel marzo 2010, anticipava molte del­le domande che avrebbero intasato le prime pagine dei quotidiani nei mesi successivi. Ha fondato una casa editrice, battezzata Granto­rino in omaggio alla squadra del Toro di Va­le­ntino Mazzola e al modello di auto idolatra­to da Clint Eastwood nell'omonimo film.
Ac­collandosi i costi vivi per produrre i libri, Rug­geri devolve i ricavi a un'organizzazione cri­stiana creata da Pierre Tami, un ex pilota della Swissair che ha tolto dal­la strada 3.000 prostitu­te e le ha trasformate in operaie nella più impor­tante azienda di cate­ring della Cambogia.
Però gli leggi negli oc­chi che la Fiat resta il suo grande amore, anche se ne è fuori da 15 anni. E infatti ci ha investito co­me azionista. «Nella te­sta sono rimasto quello che ero: un operaio. Niente fumo, niente dro­ghe, niente superalcoli­ci. Mai stato sul lettino dell'analista. Mai fre­quentato centri benesse­re, anche perché non possiedo un accappa­toio. Per muovermi in città uso le gambe o i ta­xi. Amo la stessa donna, Lilli, da 50 anni: a mag­gi­o festeggeremo le noz­ze d'oro. Ho due figli, Lu­ca, 48 anni, e Fabio, 46, anche loro con una mo­glie sola, e quattro nipoti­ni che adoro. Non vedo i talk show politico-gossi­pari in Tv. Come ogni eu­roamericano di buon­senso, voto di volta in volta per il meno peggio. È già tanto che non sia di­ventato comunista».
Ha corso questo ri­schio?
«Fin dalla nascita. Mio nonno lo era. Gli ami­ci lo chiamavano Stalin. Nel portafoglio, che usava solo la domenica, teneva un santino di Baffone in alta uniforme. Mi ripeteva fino alla noia che Stalin in russo significa acciaio e non a caso lui alle Ferriere Fiat era addetto all'altoforno 5, quello degli acciai speciali. Nel 1962 investii i miei pochi risparmi in uno dei primi viaggi turistici a Mosca. Ero curioso di capire se avesse ragione il nonno, che considerava l'Urss il paradiso in terra, oppure mio padre, che da buon socialista de­finiva nazicomunismo la dittatura sovietica del proletariato. Entrambi erano morti nel 1947 e non si erano mai mossi da Torino. Viaggiai su uno scassato quadrimotore Ilyu­shin. Mi ci volle poco per capire che aveva ragione mio padre».
E la mamma?
«Era di Aulla, provincia di Massa e Carrara, dove pianti fagioli e crescono anarchici. Quindi anarchica. Invece mia nonna strave­deva per don Luigi Sturzo. Eravamo tutti an­­tifascisti, ma soprattutto ci volevamo bene. È sempre stata questa la mia forza. Insieme con la portineria».
In che senso?
«Nella portineria ho avuto una scuola di vita. Ci passavano persone d'ogni tipo:ne ho viste più di qualsiasi altro bambino della mia età. Era uno spaccato sociologico senza pari, un libro aperto. A pianterreno, i portinai: la mas­sima povertà, vivevamo come gli immigrati extracomunitari di oggi. All'ammezzato, le basse professioni: l'infermiera che faceva le punture, la modista, la levatrice. Al piano no­bile, il conte Prato Previde con la signora con­­tessa: gli unici che potevano usare l'ascenso­re. Al quarto piano, i figli già adulti del conte. Nelle soffitte, la servitù del conte e i miniap­­partamenti affittati agli studenti universitari, figli di latifondisti amici del conte, che venivano dalla provincia per stu­diare a Torino».
Ha dimenticato il ter­zo
piano.
«L'ho tenuto per ultimo perché merita una trat­tazione a parte. Era il piano del grande profes­sionista. Ospitava stu­dio e abitazione dell'ar­chitetto Ettore Sottsass senior. Il figlio Ettore Sottsass junior, neolau­reato pure lui in archi­tettura e antipaticissi­mo, pretendeva che lo chiamassi "signorino". Faceva battute su di me, rideva sguaiatamente. Mi trattava come un ser­vo ed era pacifico che ta­le mi riteneva. Visto il via vai di donnine alle­gre quando suo padre non era in casa, mia nonna diceva che sareb­be­morto giovane di sifi­lide. Mai profezia si rive­lò più fallace: diventò un designer osannato dalla critica, sposò la scrittrice Fernanda Pi­vano e cessò di vivere nel 2007 a 91 anni».
Per un figlio di pove­ra gente, a quel tem­po diventare operaio era una scelta o un de­stino ineluttabile?
«La seconda che ha det­to. Fin da bambino mi sono allenato alla disci­plina della scarsità. Non ho mai pensato di poter diventare null'altro che questo».
Oggi se mio figlio venisse a dirmi che vuol fare l'operaio, mi piglierebbe un colpo.

«Gli operai della Fiat erano l'élite del proleta­riato, guadagnavano quasi il doppio di un tranviere. Vigeva la meritocrazia. Un addet­to alla catena di montaggio poteva far carrie­ra. Mio padre conosceva il francese perché era nato ad Apt, in Provenza, aveva studiato per conto suo l'inglese, leggeva tantissimo. A un certo punto fu promosso da operaio a impiegato. Poi, siccome rifiutò la tessera del Partito nazionale fascista, fu degradato e tor­nò a fare l'operaio. Caduto il regime, si vide affidare il ruolo di capufficio da un collega che lo aveva preso in simpatia, Eugenio Su­lotto, un comunista diventato il dominus del Lingotto dopo la Liberazione e in seguito eletto deputato del Pci. Passato qualche me­se, Sulotto pretendeva che mio padre s'iscri­vesse al partito di Togliatti. Papà si oppose e venne di nuovo retrocesso. A 40 anni fu stroncato da una cardiopatia».
Lei in che modo fu assunto alla Fiat?
«È come se la vita di mio padre, alla sua mor­te, fosse confluita nella mia. Spirò il 24 dicem­bre del 1947. Alle 9 di mattina del giorno di Natale sentimmo bussare alla porta. Pensa­vamo che fosse il necroforo. Invece entrò Ma­ria Rubiolo, potentissima responsabile della comunicazione Fiat e stretta collaboratrice di Valletta. Accarezzò la salma, sostò in pre­ghiera, poi chiese a mia madre: "Che cosa pensa di fare?". La mamma, stordita, non seppe rispondere. Allora la Rubiolo le disse: "Se vuole, lei è assunta in Fiat. Il 7 gennaio, alle 8, si presenti all'ingegner Perosino". E la vuol sapere una cosa? Quando mia madre è morta, ho trovato fra le carte il suo libretto di lavoro e sopra c'era scritto: "Assunta il 25 di­cembre 1947". Capisce? Per la Rubiolo era entra­ta in azienda il giorno di Natale, quando le aveva offerto il posto. Questa era la Fiat di Valletta. La Rubiolo partecipò al fu­nerale, che fu celebrato a spese dell'azienda pre­senti due commessi in alta uniforme, diede l'ordine di raddoppiare la liquidazione di mio padre e ne destinò una parte a me, che avevo so­lo 13 anni, nominando un tutore fino alla mag­giore età. Il giorno in cui compii 21 anni, telefo­narono dalla Fiat: "Ven­ga a ritirare i suoi soldi". Erano 600.000 lire, 11 miei stipendi. Evidente­mente li avevano inve­stiti bene e fatti fruttare. Tre anni prima la Rubio­lo mi aveva assunto, " in­tanto come operaio", disse, "poi si vedrà, nel frattempo studia mol­to". Seguii alla lettera il suo consiglio, diplo­mandomi perito tecni­co alle scuole serali».
Come riuscì a far car­riera?
«Dopo alcuni anni da operaio, fui promosso impiegato alla progetta­zione motori. Ma stavo sulle balle ai capi per­ché andavo a chiedergli in continuazione lavo­ro, non sopportavo di stare con le mani in mano. Ero il loro incubo, per 20 anni mi hanno spostato da un ufficio all'altro. Un'esperienza unica per capire co­me funziona una grande azienda. Il diretto­re generale Gian Mario Rossignolo mi chiese di preparargli un piano di ristrutturazione or­ganizzativa. Glielo consegnai il venerdì sera. La domenica mattina mi convocò a casa sua: "Lo tenga per sé: il nuovo amministratore de­­legato, Carlo De Benedetti, mi ha licenzia­to". Il lunedì alle 8 arrivò in azienda De Bene­­detti, che riunì i capi e annunciò: "Io ho com­prato il 7% della Fiat. Non concepisco che una persona faccia il manager in un'azienda senza esserne azionista. Qui chi si occupa di personale e organizzazione?". Alzai la ma­no. " Bene. Tutte le persone dello staff le collo­chi nelle varie società oppure le licenzi. E si ricordi che un coglione resta un coglione ovunque lo piazzi. Poi spenga la luce e si cer­chi un altro lavoro". Avrà anche avuto il pelo sullo stomaco, però mi fece comprendere una verità fondamentale: i costi sono più im­portanti dei ricavi. Rimasi con De Benedetti nei 100 giorni che trascorse in Fiat prima d'essere bruscamente messo alla porta dal­l'Avvocato. Per me fu un master breve».
E dopo?
«Diventai amministratore delegato di alcu­ne aziende del gruppo che andavano male. Una stagione fortunata, perché nessuno vie­ne a dirti che cosa devi o non devi fare, puoi applicare qualsiasi terapia d'urto e rispondi solo del risultato finale. Ero libero, un im­prenditore vero, trattavo le società come se fossero mie. La prima fu l'Ivi, l'Industria ver­nici italiane di Milano. Poi per sette anni so­no stato presidente del consorzio Fiat-Oto Melara. Ho venduto carri armati e blindati in mezzo mondo, commesse da 300 milioni di dollari al colpo. Uno dei miei interlocuto­ri era l'ammiraglio Fulvio Martini, capo del Sismi, il servizio segreto militare. Diventam­mo amici. Un Natale pasteggiammo con il caviale e la vodka che gli mandava in dono da Mosca il suo omologo del Kgb, Vladimir Kryuchkov,ritenutodalla Cia l'organizzato­r­e del golpe contro il presidente Mikhail Gor­baciov, fallito nel 1991. Al ritorno dal Medio Oriente, io riferivo a Martini dei rapporti commerciali con l'Irak, in guerra con l'Iran, però avevo la netta sensazione che già li co­noscesse. Una sera mi confessò: "Il mio è un mestiere talmente sporco che può farlo solo un gentiluomo"».
Non che il suo, piazzista di strumenti per uccidere, fosse più pulito.

«Se si fanno le guerre, ci vogliono le armi. L'ideale sarebbe non fare le guerre. Ma l'Ita­lia non è la Svizzera, dove ogni cittadino si tiene il fucile appeso al muro per difendere al massimo la propria casa. Comunque non ho mai venduto mine antiuomo, se la cosa può interessarle.L'avrei considerata un'atti­vità immorale».
Che fece per tramutare in profitti le per­dite di Fiat e Ford nel ramo trattori?
«Due cose che all'inizio ha fatto anche Mar­chionne. Tagliai le fasce alte del manage­ment, quelle che portavano a casa ricchi sti­pendi; un disboscamento complicato dalle legislazioni dei 12 Paesi in cui operava New Holland, ma compiuto nel rispetto delle rego­le e con molti incentivi all'esodo. Poi elimi­nai i livelli gerarchici intermedi. Di 33.000 di­pendenti, ne restarono 17.000. Non convoca­vo mai un manager nel mio ufficio di Londra per parlargli: fra voli, soggiorno in hotel e in­dennità varie mi sarebbe costato un patrimo­nio. Il 12 di ogni mese registravo in italiano una videocassetta per illustrare risultati e prospettive, sottotitolata in inglese, france­se, fiammingo e portoghese. Durava 12 minu­ti, limite oltre il quale l'attenzione decade. Nel pomeriggio il filmato veniva spedito in 140 Paesi dall'aeroporto di Heathrow».

Il nome New Holland chi lo scelse?
«Io. Avevo a disposizione 20 marchi. Preferii il nome di questa cittadina della contea di Lancaster, in Pennsylvania, dove fu inventa­ta la mietitrebbia e girato Il testimone , il film con Harrison Ford. Ci vive la comunità degli amish, quelli che rifiutano la modernità, in­clusa l'irrigazione artificiale, e infatti s'inse­diano solo in regioni dove sia assicurato il ciclo naturale della pioggia. Si muovono col calesse e non usano il trattore».
Alla fine perché fu costretto ad andarse­ne, nonostante i brillanti risultati conse­guiti?
«Colpa mia. Eccesso di successo. Le grandi burocrazie, e la Fiat lo è, non tollerano i di­versi. Quattro mesi prima che mi cacciasse­ro, capii che volevano farlo ma non sapeva­no come dirmelo, visto che ero l'unico a por­tare ricchi utili a Torino. Così andai a trovare Umberto Agnelli, col quale avevo un rappor­to straordinario; fral'altro suo figlio Giovan­nino era stato compagno di scuola dei miei figli al collegio San Giuseppe. Ormai non contava più nulla. Fu schietto, com'era suo costume: "Le voci che girano sono vere. So­no curioso di vedere che modo escogiteran­no per estrometterti". Scelsero il più banale: i raggiunti limiti d'età. Un espediente da bu­rocrati. Be', non hanno mai saputo il favore che mi hanno fatto. È come se m'avessero regalato una nuova vita. Mi sono messo a lavorare come consulente internazionale. E quando il 30 marzo 2009 ho visto in diretta tv il presidente Barack Obama che nel Rose Garden della Casa Bianca insediava Sergio Marchionne al vertice della Chrysler, mi so­no detto: compro! Ho deciso di scommette­re sull'avventura americana del Lingotto, in­vestendo in titoli Fiat ed Exor e pubblicando un libro. Il mio banale tenore di vita, fatto di lettura, scrittura e lavoro, mi consente di non essere ricattabile neppure da me stes­so. Invece troppi manager s'impongono un train de vie che non possono permettersi e finiscono per essere ricattati da mogli, se­conde mogli, figli, amanti».
Che cosa rappresenta la Fiat per l'Italia?
«Oggi molto poco.Ha perso l'auradi sacrali­tà che la circondava. La Fiat era l'Arma dei carabinieri senza la divisa».
Perché la maggioranza degli italiani ha sempre perdonato a Gianni Agnelli ciò che non perdona a Silvio Berlusconi, a cominciare dalla ricchezza?
«Non è che gli perdonassero i suoi difetti. Semplicemente non li conoscevano, perché la stampa mai avrebbe osato intromettersi nella sua vita privata. Dicono che François Mitterrand avesse sette amanti e una figlia naturale, Mazarine, della cui esistenza i fran­cesi seppero soltanto dopo che il presidente francese era morto. John Fitzgerald Kenne­dy, Mitterrand, Agnelli si comportavano a casa propria come Berlusconi e come tutti i potenti, però, a differenza del Cavaliere, go­devano della compiacenza dei giornali. Ho sempre avuto un'altissima considerazione dell'ufficio stampa Fiat».
Se Giovannino Agnelli, il figlio di Umber­to, non fosse morto prematuramente, pensa che le sorti della Fiat sarebbero state diverse?
«Detto in tutta onestà, no. Avrebbe scontato anche lui il grande errore strategico com­messo alla fine degli anni Ottanta, quando non si fece l'accordo con la Ford, e non solo per colpa di Enrico Cuccia, patron di Medio­banca, e venne cacciato l'amministratore delegato Vittorio Ghidella che lo caldeggia­va. Il declino inarrestabile dell'auto è comin­ciato da lì».
Per quale motivo sul nuovo accordo si­glato da Cisl e Uil, ma non dalla Cgil, è stata combattuta una mezza guerra di re­ligione?
«Non l'ho capito. Non intacca i diritti fonda­mentali: basta la legge a difendere quelli. L'intesa di Mirafiori comprende due parti. Il preambolo è stato scrit­to in sindacalese da qualcuno che deve aver frequentato la scuola quadri del Pci alle Frat­tocchie.
La polpa è negli allegati, specialmente il numero 7 sul sistema Er­go Uas, che rivaluta la fi­gura del cronometrista, quello che ai miei tempi chiamavamo "cronu", il kapò dell'officina 5. In sostanza definisce la du­rata di ogni operazione. Ma anche qui niente di nuovo sotto il sole: ci si avvale del metodo Toyo­ta sull'ergonomia, che riduce al minimo i movi­menti del busto, cosic­ché l'operaio si stanchi di meno e produca di più. Negli Usa si lavora in quel modo ed è pacifi­co che a Marchionne non sarebbero state per­donate difformità fra Chrysler e Fiat».
Lo scarto di voti a fa­vore dell'accordo è ri­sultato
minimo: ap­pena 410.
«Nei referendum si vin­ce e si perde per un vo­to ».
La sua vita da opera­io com'era?
«Normale. Entravo in fabbrica alle 8 e uscivo alle 18. Nove ore di tur­no, con un'ora di pausa per il pranzo. Si lavora­va anche il sabato, fino alle 13. T'infilavi la tuta e il caposquadra ti assegnava le mansioni. Nessuna nevrosi. Gli unici momenti di frizione si registravano in mensa: noi tifosi del Toro non volevamo juventini al nostro tavolo».
Luigi Arisio, il caporeparto che guidò la marcia dei 40.000, mi ha raccontato che alle catene di montaggio della carrozze­ria di Riv­alta molti operai giocavano a da­ma utilizzando come pedine le rosette ca­dmiate e i dadi esagonali oppure frigge­vano scampi e calamaretti su fornellini elettrici costruiti con materiale della Fiat in orario di lavoro.
«Sta parlando della Fiat infiltrata dalle Briga­te rosse. Negli anni Cinquanta vigeva una di­sciplina ferrea. Non si scherzava».
Ma a che servono straordinari e turni flessibili previsti dal nuovo accordo se l'anno scorso le immatricolazioni sono calate del 17% rispetto al 2009?
«Sono stato a cena con un amico giappone­se, grande manager automotive negli anni Novanta.Mi ha detto: "Riccardo,che fortuna abbiamo avuto! Siamo vissuti in un'epoca in cui le auto dovevamo solo produrle. I clienti le compravano, non chiedevano sconti, anzi davano forti anticipi per averle sei mesi do­po. Ora invece il problema non è più produr­le, ma venderle. Sono stupefatto di come vi concentriate ancora sui movimenti degli arti del­l'operaio anziché sul cervello degli uomini della progettazione e del marketing, sulla qua­lità della rete commer­ciale, sull'effettivo valo­re dei supermanager"».
Marchionne pensa di arrivare a 6 milio­ni di vetture l'anno fra Usa e Italia, quasi il doppio degli attuali volumi di produzio­ne di Fiat e Chrysler. Secondo molti osser­vatori è un bluff.
«Per un investitore co­me me Marchionne è un mito, almeno fino a che il valore dei titoli cresce».
Il Fatto Quotidiano
ha scritto che «nel bel mezzo della battaglia di Mirafiori, tra un viaggio in America e una dichiarazione al­la stampa, Sergio Marchionne ha trova­to il modo di farsi un regalo di Natale. Un regalo in azioni che vale quasi 300.000 eu­ro. Azioni Fiat? No, Philip Morris». Quin­di Ruggeri investe nel­la
Fiat, Marchionne no. Strano.
«Ma lui è un fumatore accanito. Scherzi a par­te, anche Cesare Romiti ha sempre sostenu­to di non aver mai investito nella Fiat, né da amministratore delegato né da presidente. Neppure io lo facevo, quando ci lavoravo».
Secondo il sito Dagospia «non è la Fiat che va a Detroit, ma è la Chrysler che si mangerà la Fiat, facendo diventare Tori­no simile a Detroit, dove regna l'automo­bile e il numero dei barboni è superiore a quello degli operai».
«Se nei forzieri della casa automobilistica americana ci sono 8 miliardi di dollari e Oba­ma ha detto che non si possono portare via dagli Usa, è probabile un'incorporazione della Fiat in Chrysler. Ma si tratta di un fatto tecnico, non qualitativo».
Roberto D'Agostino l'ha ribattezzato Marpionne. E tale Bankomat sul sito non ci è andato leggero: «Marchionne fareb­be meglio a darsi meno arie e comprarsi una giacca. E meditare su qualche nume­ro, anziché far meditare noi sui suoi mo­delli socio- culturali. Un milione e mezzo di auto prodotte in Francia nei primi no­ve mesi del 2010. In Germania 4,1 milio­ni circa, oltre 930.000 in Gran Bretagna e 1,4 milioni in Spagna. Solo 444.000 in Ita­lia. Parliamo di fior di Paesi europei che, in un anno certo non di grande boom, hanno prodotto in ca­sa loro un'enorme quantità di auto, con leggi civili e costi eu­ropei ».
«Marchionne una ri­sposta l'ha data: "Non lancio sul mercato nuo­vi modelli fintantoché perdura la crisi econo­mica". Gli si può crede­re o no. Ma io i giudizi sui manager sono abi­tuato a darli solo a po­steriori ».
Sia sincero: l'econo­mia come sta andan­do?
«Male. Non mi bevo i di­scorsi di Obama, sugge­ritigli da banchieri a lui adiacenti mentre è co­stretto a piatire l'aiuto dei cinesi. Non si può comprendere la crisi se non si studia il Quattro­cento italiano e la storia dei Medici. Cosimo il Vecchio capì che per di­ve­ntare un grande ban­chiere non v'è nulla di meglio che operare di nascosto, corrompere gli intelletti, giocare di rimessa. Questa intui­zione ne implica un'al­tra: l'economia si muo­ve per bolle successive.
Il cinico deve sfruttare la fase di creazione del­la bolla e trarre benefici dai disastri conseguen­ti al suo scoppio. Dopo Cosimo, il primo ban­chiere degno di tale nome fu John Law, un assassino e un giocatore d'azzardo. Si rivelò il più grande genio finanziario dell'epoca,fi­no a raggiungere il ruolo di controllore gene­rale delle finanze di Luigi XIV, il Re Sole. Fu lui a inventare nel 1717 la prima bolla finan­ziaria, quella della Compagnia del Mississip­pi. Per capire che cosa significò per i rispar­miatori, basta consultare le tavole allegori­che alla History New Orleans collection: ri­traggono investitori impazziti, nudi dalla cintola in giù, che a Parigi invadono le stra­de adiacenti a rue Saint-Denis e rue Saint­Martin, dov'era ubicata la sede centrale; mangiano monete d'oro e defecano azioni della Compagnia del Mississippi. Non è che da allora sia cambiato molto».
Mi dipinge proprio un bel quadretto.
«Siamo in balia di un establishment euroa­mericano guidato da mediocri. Ai vertici di istituzioni e imprese siedono politici, funzio­nari e manager fatti con lo stampino. Inutile combatterli: quelli che vengono dopo sono uguali, se non peggiori. Studiano tutti nelle stesse università, parlano tutti perfettamen­te l'inglese, hanno tutti frequentato un ma­ster, sono tutti telegenici, rilasciano tutti alti­sonanti interviste. Ma è solo fuffa: nelle loro aziende le cose vanno male. Perché i cinesi avanzano? Perché fanno quello che faceva­mo noi negli anni Cinquanta: lavorano di più, consumano di meno e investono. Noi invece consumiamo di più, lavoriamo di me­no e non investiamo. Ergo, ci stiamo man­giando il patrimonio. Conosco un solo mo­do per fare sviluppo: si prendono dei mate­riali grezzi e ci si mette dentro il lavoro per ricavarne prodotti finiti. È questo il valore aggiunto. L'Occidente invece ha pensato di arricchirsi all'infinito sulle commissioni bancarie. Lei sa che cos'è l'Ice Trust?».
Mi coglie impreparato.
«È un club di New York formato da appena nove persone. Rappresentano le grandi ban­che d'affari. Si riuniscono il terzo mercoledì di ogni mese, in luoghi diversi, comunque sempre nel distretto finanziario di Manhat­tan. Secondo il ministero della Giustizia ame­ricano, gestiscono il mercato mondiale dei derivati con "metodi non pubblici", per dirla nel linguaggio esoterico degli obamiani».
Il mercato mondiale dei titoli spazzatu­ra.
«Titoli che possono diventare spazzatura, sì. I derivati ammontano a 300 trilioni di dol­lari. Un trilione equivale a 1.000 miliardi di dollari. Questi nove signori non sono dei Re Mida, bensì intermediari che gestiscono masse di denaro altrui applicando però con spietatezza regole loro. È la setta, neppure tanto segreta, che governa il mondo, anche se lascia il potere formale agli Obama, alle Merkel, ai Cameron e ai Sarkozy».
Oggi lei tiene una rubrica fissa su Italia Oggi e scrive libri con titoli da confessore
d'anime, tipo
La seduzione del potere .
«Il potere è la droga delle aziende. Io ammiro i grandi uomini di potere quando si pongono al di sopra dei fatti contingenti. Prenda Win­ston Churchill o Charles de Gaulle: volevano che il loro mondo andasse in una certa direzione e ce l'hanno fatto andare. Non gl'interessava nul­la del denaro. Vittorio Valletta in Fiat aveva un compenso equo, lasciò tutto in eredità al centro per la cura dei tumori in­titolato alla sua unica fi­glia, Fede, morta di can­cro nel 1957. Finché non vi sono entrato, credevo che le segrete stanze del potere fossero santuari in cui si concepivano grandi disegni strategi­ci. Invece ho scoperto che non vi accadeva nul­la di diverso da ciò che si vede negli uffici: capaci e incapaci, onesti e ruf­fiani, intelligenti e creti­ni. La varia umanità».
Mi sta dicendo che neppure i potenti so­no attrezzati a preve­dere dove andremo a finire?
«È così, basta ascoltare le parole oscene che pro­nunciano, tipo exit stra­tegy , intesa come via d'uscita da ciò che non ci piace. Un'espressio­ne sconvolgente, che to­glie qualsiasi speranza ai giovani. Non mi pren­da per un guru. Sono un uomo comune, un ope­raio di successo, un non­no­che si preoccupa del­l'avvenire dei suoi nipoti. Ho accettato di vi­vere negli interstizi di questo sistema che in­tellettualmente disprezzo ma che permette una grande libertà. Per fortuna le portinerie di Torino pullulano ancora di tanti Ruggeri che studiano per avere un domani. Sono gli immigrati. Il futuro è in San Salvario, non sul­la collina dove i potenti sono in progressiva evaporazione. Quelli che abitano alla Crocet­ta faranno la fine del conte Prato Previde».
(529. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it