La fiction di Palazzo Chigi

L’Unione di Romano Prodi ha vissuto ieri una giornata di ordinario sbrindellamento. La sequenza mostra un voto negativo al Senato e un altro a pelo, una rivolta dei magistrati contro Mastella e l'annunciato no di Di Pietro alla riforma della Giustizia, i nuovi dubbi di Dini sul Dpef, insieme ad una bocciatura del Fmi e ad un «severo richiamo» da Bruxelles, il congelamento dei provvedimenti sugli studi di settore. E forse ho dimenticato qualcosa.
Da non crederci. Potrebbe essere una fiction. Purtroppo è la realtà di una maggioranza che non è più in grado di governare. Davvero dobbiamo andare avanti in questo modo fino al 2011? Il presidente del Consiglio non fa testo, non è credibile, ha già annunciato che si metterà a riposo con la fine di questa sua avventura. Ma Walter Veltroni pensa seriamente di poter essere il leader politico di una coalizione paralitica, di lanciare ogni tanto qualche spunto innovativo ma di aspettare lo stesso quattro anni, per poi presentarsi come il Tony Blair italiano? Lo ripeto: da non crederci.
La malattia di cui l'Italia sta soffrendo consiste in una coalizione di centrosinistra che non ha stretto un patto per governare, ma un accordo per stare al potere e per far finta di agire. La missione di cambiare il Paese si è ridotta all'occupazione delle poltrone, al dominio sulla distribuzione delle risorse. Lo si può anche capire, perché l'alternativa è secca, è sparire. Non lo dicono solo i sondaggi. Da Bertinotti a Mastella, da Diliberto a Rutelli, da Pecoraro Scanio a D'Alema, dal «povero» Fassino a Di Pietro, da Marini alla Bonino, da Rutelli a Veltroni, tutti sanno che un atto di verità e di onestà segnerebbe la messa in discussione delle loro posizioni di potere. Naturalmente sanno benissimo che un atto di verità e di onestà restituirebbe loro almeno una dignità politica. Avrebbero un riconoscimento: una politica che ammette il fallimento è trasparente, è da apprezzare, è lineare nel rapporto con l'elettorato e con il Paese. Mostrerebbe l'attaccamento al valore delle idee, non al posto. Ma l'esperienza del centrosinistra non ha nulla a che fare con queste regole. L'Unione, con il passar dei giorni, con l'ordinarietà della paralisi, rivela di essere la vera anomalia del bipolarismo italiano che avrebbe dovuto assicurare l'alternanza e la governabilità.
Invece c'è un governo che non può più governare, c'è una maggioranza segnata dalle diffidenze e dalle rivalità, c'è un pauroso conflitto tra leadership sempre più deboli - inclusa ormai quella di Veltroni - e su tutto c'è l'angoscia di perdere il posto. È un ceto che interpreta la sua missione in una sola chiave: sopravvivere. È un ceto che ha smarrito perfino alcune regole fondamentali della politica, tra cui quella storicamente sperimentata che può sopravvivere chi spariglia i giochi nel nome della responsabilità, di un progetto, di un'idea.
Il prezzo di questo meschino patto di sopravvivenza è la paralisi su tutto. La sfiducia tra gli italiani. Il discredito internazionale. Lo sbrindellamento delle istituzioni.