La fila dei poveri è sempre più lunga In 2mila fanno la coda per un pasto

Aldo faceva l’ingegnere: ha passato tutta la vita a girare il mondo lavorando per le più importanti compagnie petrolifere. Giovanna ha fatto per 35 anni l’infermiera negli ospedali di Milano. Mario aveva un’autofficina. Aldo, Giovanna, Mario: sono solo tre degli oltre 350 anziani che ogni giorno, dalle prime ore del mattino, si mettono pazientemente in coda in viale Toscana 23. Qui, alla periferia del Ticinese, c’è la sede di «Opera Pane Quotidiano», associazione di beneficenza non confessionale fondata nel 1898 per la distribuzione del pane ai poveri.
E che oggi è diventata una organizzazione da 2mila pasti al giorno: oltre al pane, viene dato formaggio, salumi, dolci, patatine, frutta e verdura. Dipende dalla disponibilità delle aziende che regalano l’invenduto - dalla Leerdammer alla Lazzaroni, dalla Galbani alla San Carlo -, e che di volta in volta forniscono prodotti diversi a seconda della disponibilità. Obiettivo: garantire un pasto da 2500 calorie. Un concetto che fa impressione, se si pensa che nella società dell’immagine d’oggi, le calorie vengono contate con lo scopo esattamente opposto: ingerirne il meno possibile.
E specchio della società è anche il tipo di gente che arriva a «Pane Quotidiano», per il cibo o per i vestiti: «Nell’ultimo anno sono cambiate profondamente le persone che ci chiedono aiuto - racconta Ercole Pollini, da quattro anni gestore del centro -. Prima erano quasi solo immigrati. Adesso il trenta per cento è composta da pensionati italiani. Persone che hanno lavorato tutta la vita, e ora non ce la fanno a fronteggiare tutte le spese con una pensione che spesso non supera le poche centinaia di euro». Una situazione che nell’ultimo anno si è fatta drammatica: da una media di 80 anziani al giorno, si è passati a 350.
E, fra le due sedi di via Toscana e viale Monza, il sabato gli ospiti diventano 3mila, mille in più della media settimanale. Fra loro, anche l’altra triste novità degli ultimi tempi: i giovani precari e le coppie con bimbi piccoli. «Il sabato vengono diverse giovani madri italiane - continua Ercole -. Vengono qui con i bimbi: contare su un sacchetto pieno di cibo per ogni persona è un grande sollievo da un punto di vista economico. Hanno lavori precari, o sono disoccupate: e i mariti non arrivano ai mille euro al mese».
Gli studenti e i lavoratori con lo stipendio fisso si fanno vedere verso la tarda mattina del sabato. Anche i vestiti vanno a ruba: a distribuirli, assieme al sacchetto di alimenti, gli oltre venti volontari, di ogni età, che si alternano ogni giorno nei due centri, svegliandosi spesso all’alba. Fra loro, il libanese Amir, da due anni nel gruppo: «Il cambiamento nella tipologia di persone è stato impressionante - racconta -. Mi sono accorto di quanti italiani venissero qui un giorno che volevo distribuire, con i vestiti, delle copie di un giornale gratuito per la comunità araba. Ogni quattro persone, tre rifiutavano la copia perché erano italiani».
Ma com’è possibile? Davvero sono così tanti gli italiani tanto indigenti da fare ricorso ogni giorno alla beneficenza per mangiare? Per rispondere bisogna tornare ad Aldo, Giovanna e Mario. Alle loro storie, che non sono storie di emarginazione, di alcolismo, droga, degrado ma di lavoro e sacrifici. Finché, un giorno, non è arrivato il pensionamento, e con quello un’inaspettata povertà.
«Ho lavorato per trentacinque anni come infermiera - racconta Giovanna -. Ho tre figli, tanti nipoti. Eppure vengo qui, e non me ne vergogno: semplicemente non ce la faccio a far quadrare i conti. E i miei parenti non sanno come aiutarmi, sono in difficoltà come me. Grazie ai soldi che ho risparmiato venendo qui ho potuto pagarmi la fisioterapia, questa estate, dopo un’operazione alle gambe».
Anche Angela, 70 anni, ha sempre lavorato: «Facevo la cuoca - racconta - Ho avuto ben tredici figli. Ora vivono ognuno per conto suo. Ma non mi aiutano, e io non saprei cosa fare se non avessi questo posto». Come lei, Emilia, milanese doc, Enza, venuta qui da piccola dal meridione, Ettore, e tanti altri. Come dice Mario, battendosi il gilet con il nome dell’officina nella quale lavorava, «della vita di un tempo resta solo il ricordo». E le poesie che l’ingegner Aldo continua a scrivere e a regalare, ogni giorno, ai volontari del centro.