Fini congela la crisi «Nessuno ha chiesto le mie dimissioni»

Confronto in An tra il vicepremier e i colonnelli: «Rispetto le scelte di tutti»

Francesco Kamel

da Roma

«Nessuno ha chiesto le mie dimissioni». Gianfranco Fini sgombra subito il campo dagli equivoci e così la riunione dell’ufficio di presidenza di Alleanza nazionale tenuta ieri in via della Scrofa si è rivelata solo una verifica intermedia prima dell’Assemblea nazionale di luglio. Tutti i partecipanti hanno fatto capire che solo in quella occasione avverrà «la resa dei conti».
Ma Gianfranco Fini non ha perso l’occasione e ha aperto con convinzione all’ipotesi di lavoro di Silvio Berlusconi per la nascita di un partito unitario. «Il progetto di grande rassemblement del centrodestra - ha detto il vicepremier - è un progetto interessante e va riempito di contenuti». Sfoderando un cauto ottimismo ha aggiunto: «Credo che vi siano tutte le condizioni per una definizione unitaria di un giudizio che doverosamente An deve dare per quel che riguarda il sistema politico italiano e il partito unitario». Per Fini il progetto rappresenta in questa fase una possibile soluzione per le polemiche interne al partito e la crisi strisciante che sembra attanagliare An. Anche se ieri il vicepremier ha comunque affrontato tutto lo stato maggiore del partito contenendo il dissenso post-referendario e le polemiche dei colonnelli. In questo senso vanno interpretate le parole rivolte ad Alfredo Mantovano, dopo le sue dimissioni da sottosegretario dall’esecutivo di An: «Rispetto le scelte di tutti e quindi, come ho avuto modo di dire ad Alfredo Mantovano, non ho alcuna intenzione di giudicare o di sindacare decisioni che sono assunte in modo meditato e quindi sempre e comunque rispettabili».
Che ieri non si sarebbero vissuti «strappi» lo si era capito in anticipo. Già in mattinata, prima dell’incontro in via della Scrofa, Francesco Storace aveva chiarito che «la leadership non era in discussione» e che i colloqui preliminari alla Farnesina avevano fatto emergere una «volontà positiva». Toni concilianti erano stati ostentati da quasi tutti i partecipanti già all’ingresso. In fondo anche Gianni Alemanno, capofila dei contestatori contro l’astensionista Fini, si era avvicinato all’incontro chiarendo prima che leadership e scissioni non erano sul tavolo.
Fini ha condotto il dibattito interno su temi complessi ma non particolarmente spinosi. Oltre al partito unitario, ha messo all’ordine del giorno dell’assemblea nazionale di luglio «un momento di definizione della nostra identità» in linea con i principi della svolta di Fiuggi. Infine ha annunciato che alla stessa assemblea darà «indicazioni per ciò che riguarda gli aspetti organizzativi del partito». All’uscita il leader ha ostentato ottimismo sulle prospettive del partito e sicurezza sulla saldezza della propria leadership. D’altronde sa che per propria fortuna (o bravura?) in questi anni nessun colonnello è riuscito a diventare generale e a raggiungere un consenso interno per metterlo in discussione.
A scanso di equivoci Murizio Gasparri, Ignazio La Russa, Adolfo Urso e Altero Matteoli hanno negato lacerazioni e incubi scissionisti, rimarcando i toni concilianti dell’incontro. E Storace, tra i primi ad arrivare e ad andar via, a chi gli chiedeva sulla possibilità che in An si possa verificare una scissione ha risposto: «Avete sbagliato indirizzo, qui non è la Margherita». Il ministro della Salute ha però sollevato perplessita sul concetto di partito unitario definendolo «piuttosto vago e molto vasto».
Nonostante i toni si siano abbassati, Pasquale Viespoli ha richiamato tutti a un senso di responsabilità. «An - ha detto il sottosegretario al Welfare - non ha bisogno di contarsi ma di contare e non ha bisogno di una verifica interna di pesi e componenti, piuttosto di quello che chiamerei di un congresso delle idee per rilanciare l’identità del partito». Alemanno si è mantenuto freddo verso Fini, dichiarando che la propria posizione non cambia e che le dimissioni da vicecoordinatore rimangono. Ma per il ministro delle Politiche agricole sembrano rimpicciolirsi gli spazi di manovra per un’eventuale opposizione a Fini all’interno del partito. Le concordi e rassicuranti dichiarazioni degli altri partecipanti alla riunione comportano un suo isolamento. Al termine dell’incontro solo Publio Fiori ha mantenuto alto il tasso di polemica contro il Presidente. Scuro in volto, non ha nascosto il proprio malumore: «È stata una “non riunione”, potevamo risparmiarcela e rimanere a casa. Fini non ha nemmeno voluto parlare di referendum».

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