Il flop di Pd e Idv, la solita sinistra "zero tituli"

Volti scuri in parlamento: l’ultimo schiaffo arriva dai due transfughi
dipietristi che hanno salvato il premier E gli ex della Margherita se la
prendono con i democratici: "Manca soltanto Occhetto e hanno rifatto il
Pds"

Roma - Volti cupi, sguardi spenti, frasi di circostanza sibilate a denti stretti. Le facce del centrosinistra che ieri ha perso l’ennesimo tram sono ormai un déjà vu. Passi per i finiani, che in una sorta di nemesi monegasca dopo aver giocato al rialzo hanno visto sfumare la puntata della vita al Casinò Montecitorio. Ma per Bersani, D’Alema, Veltroni e Franceschini, la familiarità con la sconfitta comincia a diventare così scontata da esser difficile da digerire. Un marchio di fabbrica che i cambi di leadership, da Occhetto in avanti, non sembrano saper modificare: anno dopo anno, elezione dopo elezione, voto dopo voto, una legislatura dietro l’altra.

Anche Di Pietro, uno che ha costruito buona parte delle proprie fortune politiche su un antiberlusconismo personalista, ha poco da sorridere ora che si ritrova la sfiducia al «nemico» bocciata dai voti di Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, due che gli hanno voltato le spalle meno di una settimana fa. A dirla tutta, per l’ex pm sbarcato in politica non è una novità. Da quando è nato, l’Idv perde pezzi per strada: Pino Pisicchio e Sergio De Gregorio, Salvatore Misiti e Giuseppe Giulietti. Già una decina di parlamentari hanno fatto valigie e cambiato casacca. Lui, Tonino, ha urlato contro gli ingrati traditori, ha portato esposti in procura, ha radunato i suoi al Palasport con lo slogan «Lui va, io resto». E in effetti Berlusconi continua ad andare, e lui resta perdente.

Non va meglio nel Pd che, come ha mirabilmente sintetizzato Corrado Guzzanti, «è stato il primo partito in Italia a usare le primarie e il primo partito al mondo a perderle», come insegnano il caso Vendola in Puglia e quello Pisapia a Milano. Il destino degli eredi del Pci pare segnato dalle origini, da quando nel 1994 Achille Occhetto varò l’alleanza progressista battezzandola «gioiosa macchina da guerra», ed è noto com’è andata la guerra e dov’è finita la gioia. Non certo a casa di Massimo D’Alema, uno dei grandi delusi di ieri, che nel 2000 lasciò la presidenza del Consiglio dopo aver annunciato una tranquilla vittoria alle elezioni europee, che naturalmente - invece - per il Pds furono una debacle.

Ma sono tante le pagine dell’album delle (brutte) figurine del centrosinistra. C’è il volto poco noto di Turigliatto, che in un sussulto di tafazzismo silurò Prodi come il coreano Pak Doo-ik fece con l’Italia ai mondiali del ’66. C’è il faccione di Romano Prodi, leader improbabile eppure vincente, salvo il finir sempre defenestrato dai «suoi». C’è Veltroni, l’uomo degli «I care», degli «yes we can», il piccolo principe Walter che diventa imperatore di Roma, fonda il Pd, taglia fuori la sinistra radicale e dice di voler correre da solo, ma poi lascia la porta aperta all’«eccezione» Idv, e tanto per cambiare aggiunge una sconfitta al palmares del centrosinistra. Anzi, più d’una. Prima le politiche, poi le amministrative, poi le provinciali, poi le regionali in Abruzzo e in Sardegna. E a quel punto molla anche la segreteria: «Basta farsi del male», dichiara.

Evidentemente inascoltato. Perché ieri, dietro alle affermazioni di facciata per ridimensionare la batosta presa in aula, poche ore dopo il voto riecco il volo di stracci all’interno dell’opposizione. Illuminante lo scambio d’accuse tra Franceschini e Donadi, con il primo a vantare che «il Pd ha fatto il suo dovere» e che la mozione sarebbe passata «se non ci fossero stati i tradimenti di due deputati dell’Idv», e il capogruppo dipietrista alla Camera a replicare a un’affermazione definita «sciacallesca»: «Quel voto è figlio in egual misura dei tre eletti del Pd che non hanno votato la sfiducia». Il tutto mentre una cinquantina di parlamentari cattolici del Pd, guidati da Fioroni, criticano i vertici del partito, poco attenti alla componente ex margherita: «Manca solo Occhetto e hanno rifatto il Pds».

Ed è proprio un’ex margheritina, Simonetta Rubinato, ad ammettere che gli sconfitti di ieri sono Di Pietro, Fini e lo stesso Pd, perché «l’unico modo per mandare a casa questo governo è sconfiggerlo sul piano politico», sospira. Ma per farlo bisogna saper vincere.