Flor stasera al posto di Sawallisch dirige la Filarmonica della Scala

La tradizione tedesca e l’approccio milanese si compendiano nel musicista di Lipsia chiamato all’ultimo minuto dopo il forfeit della «bacchetta» che sostituiva Muti

Elsa Airoldi

La stagione della Filarmonica della Scala, il fiore all’occhiello del Piermarini in fatto di sinfonici, continua la sua travagliata stagione 2004-2005. Travagliata non solo per le note vicende che hanno portato alle dimissioni del suo direttore principale con relativi slittamenti, cancellazioni e recuperi, ma anche per alcuni imprevisti.
Come quello che toglie in extremis dal cartellone il nome portante di Wolfgang Sawallisch indisposto. Così ecco l’ennesima sostituzione. Questa volta con uno di casa, essendo Claus Peter Flor milanese d’adozione da quando Riccardo Chailly (a sua volta atteso sul podio della Filarmonica il 18 settembre, a sette anni di distanza dall’ultima analoga occasione) lo volle direttore principale ospite della Sinfonica Verdi.
Flor si presenta con i caratteri distinitivi della grande tradizione tedesca. Anche lui, al pari - citiamo a caso - dello stesso Chailly, di Remmereit, Saraste, Caetani o Roberto Abbado, è un cinquantenne o giù di lì. Nato a Lipsia inizia la solida carriera nelle mecche del sinfonismo, come Lipsia o Dresda. Nel suo curriculum Philharmonia di Londra, Tonhalle di Zurigo, Conceretgebouw di Amsterdam, London Symphony. I più prestigiosi complessi statunitensi. Due dei teatri d’opera di Berlino, Deutsche e Staatsoper. Il Théâtre de la Monnaie di Bruxelles... Numerose anche le incisioni. Insomma un nome che non dà spazio a suspense.
Il direttore, questa sera alla Scala con la Filarmonica (nelle stesse ore che assistono, a Piacenza, al battesimo della «Cherubini» di Muti), lascia invariato il programma scelto da Sawallisch: Sinfonia da Requiem op.20 di Benjamin Britten e Sinfonia n. 10, La Grande, in do maggiore D.944 di Schubert.
Quello di Britten, la cui fama si diffonde rapidamente durante e dopo la Seconda guerra mondiale, è il nome che affranca la musica inglese dall’anonimato e dall’isolamento. Il compositore si propone come eclettico alfiere del nuovo, capace di accostare in mirabile sintesi la più lontane esperienze del Novecento: da Stravinskij a Bartók e da Hindemith agli umori della scuola viennese. Pur conservando sempre l’impianto armonico sostanzialmente tonale.
Questi caratteri, unitamente alla nota limpidità di scrittura, sono presenti nella sinfonia in questione, la seconda in ordine di tempo. Che nasce nel ’40 come commissione del governo giapponese per celebrare i 2.600 anni della fondazione della Dinastia imperiale. Ma viene rifiutata dal committente per l’eccessivo colore confessionale, sebbene Britten si tenga lontano dalla liturgia e dalle relative implicazioni d’impianto. I tre movimenti che si sviluppano senza soluzione di continuità nella ripartizione Lacrymosa, Dies Irae e Requiem Aeternam, sono tenuti a battesimo nel 1941 alla Carnegie Hall da John Barbirolli.
La Grande di Schubert è uno dei monumenti sinfonici più commoventi. E anche dei più originali, se dobbiamo dar retta al famoso articolo di Schumann (1840) che ne rivendica il totale affrancamento del modello beethoveniano. Sarà piuttosto lei, la Sinfonia n. 10, un modello dal quale non prescinderanno né Bruckner né Mahler. Si tratta di un testamento spirituale. Dopo varie incertezze cronologiche si stabilisce infatti che il manoscritto ritrovato da Schumann nel 1839 e diretto da Mendelsshon a Lipsia lo stesso anno, è quello dell’ultima sinfonia compiuta dell’autore.
Una pagina che avrebbe dovuto essere eseguita subito dopo la sua morte ma che, ritenuta troppo difficile, venne sostituita dall’altra Sinfonia in do maggiore, la n. 6, detta per distinguerla La Piccola. Evocativo, solenne, chiaroscurale e misterioso il primo movimento è molto sviluppato. Il cuore pulsa nel secondo, Andante con moto. Trasposizione sinfonica del tema del Wanderer, così come la liederistica schubertiana lo intende. Lo Scherzo è robusto come la tradizione tedesca vuole e lieve come lo spirito viennese suggerisce. Per il Finale visionario e rapinoso s’è parlato di utopia della liberazione.