La forza ritrovata di Ruini

Pro o contro Ruini? Da mesi ci si accapiglia su ogni intervento del cardinal Ruini. Editoriali fiammeggianti (di Eugenio Scalfari o altri grossi calibri) denunciano l'inaudita ingerenza ecclesiastica e l'apocalittico ritorno allo Stato pontificio (perfino un comico come Crozza ha sentito il tema nell'aria e ci ha ricamato). Altri si allarmano per la laicità dello Stato e in nome della libertà negano la libertà di parola dei vescovi. La coppia Pannella-Boselli ne approfitta per ricamarsi uno spazio politico rimettendo in discussione addirittura il Concordato. Salvo le occasioni in cui i vescovi prendono posizione in modo gradito (per esempio contro la devolution): in questo caso non si ravvisa invasione di campo e si applaude alla Chiesa. Piccoli opportunismi di una classe dirigente mediocre.
Ma cosa sta veramente accadendo? Davvero la Chiesa va oltre i limiti? Davvero è in una posizione di forza? No. Sebbene nel recente referendum sulla legge 40 ben il 75 per cento degli italiani abbia scelto di far mancare il quorum come (legittimamente e doverosamente) consigliato dal cardinal Ruini e dalla Chiesa (avendo contro tutti i mass media), si è trattato piuttosto di un suicidio del mondo laicista che non ha saputo interpretare il sentimento generale del Paese. Ma Ruini è il primo a sapere ed a riconoscere che l'influenza - per così dire: elettorale - della Chiesa non è di tali proporzioni e anzi che la società italiana è largamente scristianizzata.
Il capolavoro del cardinal Ruini, uomo dotato di notevole intelligenza politica, è stato quello di trasformare la debolezza politica della Chiesa (conseguente alla sparizione della Dc e alla sua condizione minoritaria) in un suo punto di forza. Il precario bipolarismo italiano infatti vede contrapporsi due coalizioni di analogo peso elettorale. Pertanto il prevalere dell'una o dell'altra dipende sempre da un minimo spostamento di elettori (o anche solo dal loro astensionismo). Entrambe le coalizioni hanno una componente di voto cattolico moderato che può ridursi pericolosamente se una coalizione sceglie di fare una politica «zapateriana» e anticattolica. Inoltre - come ha scritto Renato Mannheimer, attento analista dei flussi di opinione - «tra i cattolici praticanti si registra anche la massima percentuale di indecisi sul voto, vale a dire il segmento di mercato decisivo per l'esito delle consultazioni».
Tutto questo rende entrambe le coalizioni estremamente attente alle posizioni della Chiesa (anche se il centrosinistra al suo interno ha componenti decisamente anticlericali). Il cardinale Ruini, rappresentante massimo della chiesa italiana, ha tentato - con un certo successo - di usare questo favorevole posizionamento per costruire una diga, una resistenza, alla deriva nichilista che in Occidente sta spazzando via ogni consistenza morale e spirituale dei popoli e degli individui in nome di un naturalismo senza patemi e senza orizzonti di significato per la vita (la piaga dell'aborto, con milioni e milioni di vittime spensieratamente accettate dalla mentalità comune, è solo una spia di questo galoppante processo di dissoluzione).
Ha potuto farlo anche per l'apprezzamento che le posizioni della Chiesa hanno progressivamente raccolto da parte di un nuovo mondo laico, seriamente preoccupato - dopo l'11 settembre - della dissoluzione delle nostre società, del loro tessuto morale, delle nostre tradizioni spirituali e della nostra identità culturale. Tuttavia quella espressa dal cardinale non è affatto una posizione oltranzista, ma semmai di resistenza. L'autorevolezza della Chiesa e la sua influenza (sulle coscienze) sono poste al servizio della tenuta morale e civile del Paese.
Scelta meritoria, di cui prima o poi l'Italia dovrà essere molto grata al cardinal Ruini, ma che ha le sue controindicazioni. Innanzitutto perché concentra molto l'attenzione dei pastori sui temi sociali e politici come si constata nelle assemblee della Cei (dove si trovano considerazioni, peraltro giustissime, perfino sulle intercettazioni telefoniche). In secondo luogo perché i media danno l'impressione (sbagliata) di un mondo cattolico alla riscossa quando invece è vero il contrario. È evidente che il mondo cattolico organizzato è diventato pressoché inconsistente, anche quello dei movimenti che anni fa sembravano più vivaci (e che oggi emergono dal loro letargo solo sporadicamente per andare a rimorchio di iniziative altrui o per lanciare sterili appelli). Non c'è più una presenza pubblica cattolica autorevole, capace di proporre una cultura originale, non subalterna, che parli a tutti e capace di valorizzare il patrimonio spirituale del nostro Paese. Un noto settimanale cattolico sembra far notizia solo quando pubblica il suo primo nudo di donna. L'incidenza culturale è nulla.
Parrocchie e cattedrali si svuotano e tuttavia spesso si negano ai misteriosi flussi di rinascita cristiana che emergono nella Chiesa da fonti umanamente inspiegabili: ciò che la tradizione chiama i carismi e lo Spirito Santo (non a caso i santi sono stati così spesso perseguitati dal ceto ecclesiastico: basti per tutte la vicenda emblematica del santo più popolare del secolo, padre Pio). C'è una grande attenzione dei vescovi ai problemi sociali, ma un po' meno alla fede cosicché nell'anno liturgico trovi la giornata di preghiera per i migranti, quella per le comunicazioni sociali, quella per l'agricoltura, per l'università... ma non quella per i tanti cristiani perseguitati e massacrati nel mondo (tema che dal Concilio in poi è stato praticamente censurato).
Don Luigi Giussani, per decenni mal sopportato nel mondo ecclesiastico e oggi ritenuto da tutti una straordinaria personalità cristiana e un grande educatore, in una delle sue ultime interviste, già molto malato e sofferente, dopo aver confessato la sua immensa «emozione» per una sinfonia diretta da von Karajan e la sua gratitudine per questa musica in cui «il Mistero si rivela» e per le «ignorate bellezze che appaiono all'orizzonte del cuore in mezzo alla confusione e all'incertezza», mentre tutti si è «alla ricerca di qualcosa che manchi», ricordava una lancinante domanda del poeta Thomas S. Eliot: «È l'umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l'umanità?».
La sua risposta era drammatica: «Tutte e due, tutte e due, perché innanzitutto è l'umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro...». Ma la Chiesa? Lentamente, dolorosamente e poi con impeto, Giussani rispose: «La Chiesa ha cominciato a abbandonare l'umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su... ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo».
E la forza e il dolore che aveva nello sguardo quando ha pronunciato queste ultime, terribili parole («ha avuto vergogna di Cristo»), fanno pensare alla voce profetica dei grandi santi italiani: al «fuoco» di Caterina da Siena e al grido di Francesco d'Assisi («l'Amore non è amato»: l'Amore, cioè Cristo).
Non è una fuga mistica (come potrebbe sembrare a qualcuno). Nella storia italiana è stata proprio questa «passione per Cristo» dei grandi santi che ha forgiato uomini e donne, comunità, popoli, e che - per conseguenza - ha anche fatto fiorire orizzonti di carità e di bellezza, di speranza nella nostra terra, creando una civiltà.
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