La fucilazione? La barbarie più onesta

Sono contrario alla pena di morte per almeno tre buoni motivi. 1) I cittadini e lo Stato non possono e non debbono mettersi sullo stesso piano di un assassino, applicando la selvaggia e primitiva legge del taglione; non è con la violenza che si risolvono i problemi sociali. 2) L’ergastolo - ovvero passare il resto della vita chiusi in una cella - mi sembra una pena se possibile ancora peggiore della morte; ma questa è una sensazione personale. 3) Non è una sensazione personale, invece, che spesso si siano condannati degli innocenti: un errore che non si può correre, in nessun caso.
Finita la premessa indispensabile, l’argomento da dibattere è la decisione di Ronnie Lee Gardner, pluriassassino di 49 anni (oltre 25 trascorsi in carcere), che all’iniezione letale ha preferito il plotone d’esecuzione, come consentivano le leggi dell’Utah. A molti è sembrata un’ulteriore barbarie. Io dico - ribadita la mia contrarietà alla condanna capitale - che è un segno di civiltà.
Se è civile consentire a un condannato di scegliere l’ultima cena, è ultracivile consentirgli un’alternativa al modo in cui gli verrà somministrata la morte: pensare il contrario significa mettersi sullo stesso piano di chi, di fronte a un assassino efferato, sostiene «io gli farei questo e quest’altro», elencando le torture più tremende.
In questo caso la scelta era fra l’iniezione letale e la fucilazione. «Iniezione letale», che passa per il metodo più civile, vuol dire iniettare nel sangue del condannato un misto di barbiturici, agenti chimici paralizzanti e rilassanti. In realtà vengono fatte tre iniezioni (a distanza, in modo completamente asettico), da tre persone diverse, in modo che nessuno possa sapere quale delle tre è quella mortale; e non sempre la faccenda è indolore, tutt’altro: e il cuore può continuare a battere fino a quindici minuti dopo.
Fucilazione significa che cinque tiratori scelti ti sparano al cuore: anche in questo caso uno dei fucili è caricato a salve, ma la morte è istantanea, dunque la più indolore che si possa immaginare.
Eppure, persino l’Utah, l’unico Stato americano che consentiva la scelta, nel 2004 è tornato all’iniezione letale obbligatoria. Ronnie Lee Gardner ha potuto scegliere in quanto condannato prima che la legge cambiasse. La fucilazione viene considerata barbara perché è un metodo antico e perché si versa il sangue, perché un uomo viene messo faccia a faccia con altri uomini che lo uccidono. Abbiamo cercato di cancellare la barbarie con strumenti tecnologici «puliti», come la sedia elettrica, e che comunque non implichino il rapporto frontale ucciso/uccisore. È un’ipocrisia.
Anche io avrei scelto di venire fucilato. E non soltanto per essere sicuro di soffrire il meno possibile. Avrei scelto di essere fucilato perché avrei voluto morire come da sempre muoiono gli uomini ritenuti colpevoli: colpito al cuore, non avvelenato come una cavia da laboratorio o fritto su una sedia come uno sciame di zanzare. Vorrei che lo Stato, il quale si ritiene in diritto di uccidermi, lo faccia a viso aperto, mettendomi di fronte a un gruppo di suoi uomini, rappresentanti delle forze dell’ordine. Volontari, beninteso, e quindi fieri, o lieti, di spararmi al cuore. Proprio come loro, avrei voluto che - almeno in quel momento supremo - non ci si nascondesse dietro il dito modesto dell’ipocrisia.
Per fortuna, in Italia non abbiamo di questi problemi. Ma ne stiamo per affrontare un altro, ancora più delicato, nel già delicato tema dei trapianti: la possibilità che i carcerati possano donare degli organi, per il momento un rene. C’è chi si oppone sostenendo che potrebbe essere una donazione non del tutto disinteressata, bensì con la speranza di ricavarne vantaggi di pena. E se anche fosse? Pure la «buona condotta» - non sempre spontanea - consente sconti di pena. Qui, semplicemente, correndo dietro la spaccatura dell’etica in quattro, si perde di vista il problema principale: che qualcuno ha disperato bisogno di un rene. Ed essere carcerati - cioè privati della libertà - non può privare di tutte le libertà, soprattutto di quelle che possono far del bene al prossimo.
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