Gara sospetta, prestito inutile: la finanza creativa del Piemonte

Confermate le anticipazioni del "Giornale" che indicò con sei mesi
d’anticipo a un notaio i nomi delle tre
banche vincitrici di un incarico affidato dalla giunta regionale guidata da Mercedes Bresso<br />

da Milano

La nostra inchiesta sugli affari tra politica locale e finanza passa per le stanze eleganti di un notaio di Milano. Le nostre ricerche ci hanno fatto mettere il naso su un mercato che vale centinaia di milioni, che in modo poco trasparente, passano da Comuni e Regioni a grandi banche internazionali. Il nostro notaio si chiama L.T. e riceve il testamento di chi scrive, con data certa, 14 novembre 2005. Poche righe: «Il sottoscritto Nicola Porro conosce in anticipo i vincitori della gara di selezione di un arranger per operazioni finanziare indetta dalla Regione Piemonte: Merrill Lynch, Opi-SanPaolo e Dexia».
L’esito. La gara si chiude il giorno dopo. Passano sei mesi e arriva la delibera della giunta di Mercedes Bresso e annuncia quello che in molti, e chi scrive, sospettavano: le carte della gara erano segnate. A vincere sono le tre banche indicate nel testamento, nonostante la lista degli invitati fosse lunga. Il filo rosso che lega questa emissione da 2 miliardi di euro alle precedenti storie di Bassolino&Co sono i fratelli Pavesi. La Regione Piemonte (documento protocollato 36718\9) nell’invitare Merrill Lynch a partecipare alla gara invia un fax proprio a Napoli a Gianpaolo Pavesi, quasi fosse egli stesso il legale rappresentante di Merrill Lynch in Italia. La gara per questa obbligazione da due miliardi parte male, malissimo. Non solo perché si fa una gara con dei vincitori già scelti, ma perché in pochi sentivano in Regione l’esigenza di un nuovo bond. Certo i Pavesi e Merrill Lynch erano molto ben conosciuti a Torino. Bresso li aveva già utilizzati per una serie di rifinanziamenti in provincia, quando la signora ne era presidente. Ma in Regione affari zero. E soprattutto alla direzione Bilancio della Regione Piemonte vi è un gruppo di funzionari galantuomini, poco avvezzi alla finanza innovativa e ancor di più ad operazioni costose per i contribuenti.
Il bond Mps. La nostra storia va avanti. La giunta decide per le tre banche. La struttura dell’assessorato al Bilancio si mette, per quanto possa, di traverso. C’è infatti un nodo da sciogliere: i mutui in essere sono a tassi così competitivi che diventa ben difficile spiegare per quale motivo essi debbano essere sostituiti con il nuovo bond. Il Monte dei Paschi infatti aveva erogato, in quattro tranche, prestiti ad un tasso di interesse ottimo: l’euribor a sei mesi (è il tasso che si applicano le banche quando si prestano i soldi tra di loro, nda) meno un punto base. Imbattibile. Alla fine l’affare si farà ma un tasso di interesse superiore e cioè «Euribor flat» (un punto base in più rispetto ai mutui Mps). Ma la legge è salva. Infatti la Regione riesce a piazzare un’infinitesimale tranche delle sue obbligazioni, 56 milioni di euro, alle due Fondazioni bancarie di Torino e a quella di Cuneo, in parte controllate proprio dagli enti locali e dalla politica. Alle Fondazioni si vendono bond della durata di sette anni con l’obbligo di non cederli almeno per quattro. Una complessa struttura fiscale che permette all’emittente, e cioè la Bresso, di portarsi a casa un credito di imposta del 12,5%. E così giustificare da un punto di vista strettamente di cassa un piccolo risparmio finanziario. Quando il 17 novembre del 2006 l’assessore al Bilancio, Paolo Peveraro (prima con ruolo simile alla città di Torino) da Londra si collega con Mercedes Bresso in videoconferenza a Torino è un tripudio di reciproci complimenti: l’operazione partita con una gara pubblica esattamente un anno prima si è felicemente conclusa.
La stangata. Non altrettanto si può dire per i contribuenti torinesi. Che pagheranno caro questo esercizio di finanza. I maghi dell’affare sono due abilissimi banchieri di Merrill Lynch, Daniele Borrega e Antonio Miele (che ora si è trasferito in Nomura). Tra la delibera del prestito del 2 agosto del 2006 e il lancio, riescono ad ottenere la formula «bullet» (il capitale viene restituito tutto in unica soluzione alla scadenza trentennale, nda) e il connesso e obbligatorio fondo di ammortamento (i famosi sinking fund oggetto della nostra seconda puntata e generosi elargitori di quattrini per le banche che li gestiscono). Nonostante la delibera di giunta del 2 agosto prevedesse come forma prioritaria una modalità di rimborso «secondo un piano di ammortamento», Miele e Borrega spiegano a settembre, quando il prestito era già stato annunciato, la «necessità, per andare in contro al mercato», di adottare invece il «rimborso in unica soluzione a scadenza». Il sinking fund è, semplificando di molto, così composto: gli 1,8 miliardi di euro di capitale da restituire sono divisi in tre periodi, nei primi dieci anni verranno accantonati nel fondo fino a 10 milioni. Nei secondi 10 anni verranno accantonati fino a 100 milioni. E poi nell’ultimo decennio le giunte dovranno recuperare tutte le risorse necessarie per arrivare a 1.800 milioni. Una botta per le generazioni che verranno. Sarebbe interessante vedere quali derivati ci siano nel fondo. Secondo la denuncia di un ex trader di Nomura nel sinking fund della Regione Liguria retta da Claudio Burlando per un bond da 200 milioni di euro c’era un prodotto derivato (un credit default swap, nda) che ha regalato extraprofitti per la banca giapponese vicini ai 20 milioni. Il 10% del bond. Non sarà il caso piemontese, ma è bene indagare.
(4. Continua)