Gato Barbieri, l’anima latina del «pianeta jazz»

Sostengono gli esperti che i maestri superstiti del «vero jazz» siano soltanto quattro: il pianista Cecil Taylor e tre sassofonisti: Ornette Coleman, Sonny Rollins e Gato Barbieri, citati nell'ordine dal più anziano al più giovane. Qualche volta dimenticano Barbieri, ma soltanto perché non è nato negli Stati Uniti bensì a Rosario, Argentina, nel 1934. Proprio in questa diversità, da quando se n'è accorto, stanno la sua originalità e il suo vigore creativo. Oggi Barbieri torna al Blue Note di via Borsieri a Milano per due giorni e quattro set dopo sei anni di assenza (ha ottenuto successi clamorosi nel 2003 e nel 2004), in quintetto con Charles Blenzig pianoforte, Lincoln Charles Goiles chitarra-basso, Thelmo Portinho batteria e Luisito Quintero percussioni. Non c'è dubbio che Gato - lo chiamano tutti così, ma per l'anagrafe è Leandro - sia, insieme con Chet Baker, il jazzista d'oltre Atlantico che più ha frequentato l'Italia. Approda a Roma per la prima volta nel 1962, del tutto sconosciuto, portandosi appresso il sassofono tenore e lo spazzolino da denti, e poi ci torna spesso per lunghi soggiorni, facendo la spola fra Roma e New York per le prime registrazioni discografiche. In Italia è subito stimato e benvoluto: suona molto bene, nel solco inevitabile di John Coltrane, e mostra un carattere tranquillo e rassicurante in contrasto con le urla che cava dallo strumento (siamo nella fase culminante del jazz informale). Nel 1966 Gato incontra Michelle Sorrentino che diventa la compagna della sua vita, assistente e ispiratrice. Fra il 1966 e il 1968 incide a Milano due dischi di particolare importanza per il suo itinerario artistico: New Feelings sotto la direzione di Giorgio Gaslini e con un campionario di assi americani ed europei, e Hamba Khale, in duo con il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim, allora chiamato Dollar Brand. Lo stile particolare di Brand, influenzato dalle sue origini, fa riflettere Gato sulle proprie. E qui, a 35 anni, nasce il nuovo Gato Barbieri, con il suono del sax tenore intriso di echi neolatini. Non a caso, se gli si chiede quale sia il suo prediletto fra i 60 dischi che ha registrato, indica The Third World (si noti il titolo) del 1969, per la Flying Dutchman e poi, fra il 1971 e il 1972, la decisiva avventura della sua colonna sonora per il film Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, che fa il giro del mondo.
Gato non esita a dire che prima di questo film lui e Michelle facevano spesso la fame: «Per sbarcare il lunario dovevo accettare qualunque cosa. Gli italiani ricordano di certo la canzone Sapore di sale. Bene, l'assolo di sax tenore è mio. È soltanto dal 1972 che suono dove e come mi pare, la vita, l'amore, la frustrazione, la guerra a seconda di quello che mi viene in mente e a seconda dei ricordi». Nascono negli anni Settanta i migliori di Gato, i capolavori dei quattro consecutivi dischi Chapter per la Impulse e altri ancora. Eppure, per un singolare paradosso, nel decennio successivo qualcosa non funziona. Gato sorprende gli innumerevoli appassionati con alcuni dischi e concerti commerciali, poi si chiude in un lungo silenzio depresso e arrivano i guai. Nel 1996 muore Michelle. Gato si trasforma in un vedovo inconsolabile (lo è tuttora), è colpito da un infarto dal quale esce con tre by pass e contrae un malanno agli occhi che lo rende quasi cieco. È qui che reagisce. Sa che il suo modo di suonare è tutto di gola e di labbro, quindi non compromette i polmoni e il diaframma, e torna alla ribalta. La voce del cantore è ancora quella: turgida, potente, neolatina. Gli ammiratori che lo ascoltano vibrano di commozione, ed è così che lo aspettano questa sera al Blue Note.