Gelmi, una leggera solidità fuori da ogni luogo comune

Pergine Valsugana ospita le opere dell’artista che nel 1975 Argan incluse in «Luce-Materia». Tra formule figlie del design e riferimenti culturali

Al Castello di Pergine Valsugana, in provincia di Trento, è aperta fino al 6 novembre la 14ª edizione della rassegna di scultura contemporanea, quest’anno dedicata all’opera di Annamaria Gelmi (che ha esposto di recente anche ad Arte Centro di Milano). Come ogni anno, e come in ogni situazione simile, il problema primario che l’artista si trova a dover risolvere è quello della coabitazione tra la «massa incombente» dell’antico maniero e le sculture (e, in questo caso, anche altre opere d’arte). Nelle precedenti edizioni Mauro Staccioli, Eduard Habicher e Michael Deiml imbastirono un dialogo con il luogo, creando forme interattive con i volumi del castello. Altri artisti scelsero di «confinarsi» negli spazi interni (Fabrizio Plessi e Davide Scarabelli), altri ancora puntarono sull’imponenza delle opere (Toni Benetton, Pino Castagna, Carlo Lorenzetti e Giorgio Celiberti). Infine qualcuno optò per un approccio fortemente espressivo, anche con l’apporto del colore (Romano Abate, Riccardo Licata, Francesco Somaini e Piera Legnaghi).
La scelta dei curatori (Franco Batacchi, Theo Schneider e Verena Neff) quest’anno è caduta su Annamaria Gelmi che ha allestito una splendida mostra tutta giocata sulla «levità», sul «tempo sospeso» e sulla «poesia». «Fuori luogo comune» s’intitola la rassegna che propone molti momenti di alta liricità, di attitudine ludica, ma anche di notevole riflessione. Del resto, Gelmi proviene da una lunga militanza artistica e ha ormai da tempo maturato una propria, distinta, cifra stilistica che si fonda sull’essenzialità formale unita a un pensiero «forte». Secondo Batacchi, la scelta di affidare a lei questa edizione aveva uno scopo preciso: inserire «segnali visivi» di sorprendente grazia e leggerezza in un sito fortemente e storicamente caratterizzato, al fine di creare un percorso su due binari. Da un lato, la fruizione anche fisica, «partecipata», delle opere da parte dei visitatori che sono in qualche modo invitati ad entrare ed esplorare le sculture, dall’altro, quella sorta di «canto sospeso», questo filo conduttore che rinvia da un’opera all’altra e che suggerisce una galassia di interpretazioni e pensieri, non sempre espliciti, spesso problematici.
Gelmi è un’artista che oltre al mestiere si porta dietro un notevole bagaglio culturale, di pensiero o, meglio, di filosofia della forma. È stata a lungo considerata soprattutto pittrice, mentre in realtà sin dagli anni Settanta ha coltivato anche il dato plastico, via via con esiti sempre più convincenti: un suo lato «oscuro», perché apprezzato nella stretta cerchia degli addetti ai lavori. Già nel 1975 Giulio Carlo Argan l’aveva messo in luce, includendola nella mostra «Luce-Materia», tenuta a Milano. E, 22 anni dopo, sue opere plastiche furono incluse nella rassegna «Abstrakte», tenuta a Colonia nel 1997, dove erano presenti i nomi più significativi della stagione astratta italiana. Si tratta dunque di un’artista solida, concreta, pur nella levità con cui affronta i problemi del fare arte oggi, a esempio rinunciando alla scorciatoia della riproposizione seriale di un logo formale, in guisa di griffe stilistica: una pratica che ha afflitto molta dell’arte cosiddetta contemporanea. Al contrario, lei si ritrova libera di esplorare le correnti, le tendenze, di cavalcarle, e a volte precorrerle, piuttosto che rincorrerle. Ed a ciò si aggiunga una dote, oggi rara, e cioè quella di una inflessibile coerenza nel perseguire un percorso di progressivo allontanamento dalla figurazione con la quale aveva debuttato all’inizio degli anni Settanta.
Molte delle opere mostrano un esito formale che proviene dal design, ma che non si accontenta del dato iconico, dell’apparenza, e si àncora a precisi moventi poetici, ad emozioni che sottendono al momento creativo, in ciò spiazzando una dilagante credenza che postula l’essenzialità formale direttamente relazionata con un processo del tutto intellettuale. Ed ecco, invece, che le sue opere ci costringono e costringono i visitatori a uno «slittamento» dei propri punti di vista. Ci insinuano l’idea che l’arte sia più complessa di come si credeva di voler codificare.