Generazione di Fini: futuro alle spalle

Il movimento politico voluto dal presidente della Camera nasce malissimo. E persino in ritardo. E la fuga di notizie <strong><a href="/interni/e_fuga_notizie_soffoca_culla_fondazione_finiana/17-03-2010/articolo-id=430079-page=0-comments=1">soffoca nella culla la Fondazione finiana</a></strong>

No, Generazione Italia, la nuova corrente finiana, non è un parto prematuro, annunciato due settimane prima delle elezioni, quando non si dovrebbe mostrare discordia. Generazione Italia nasce in ritardo. Se i suoi fini, come spiegano i promotori, sono riportare la democrazia nel partito e pensare il futuro, aveva necessità di nascere già in Alleanza nazionale guidata da Fini. Perché An era un partito privo di democrazia interna, di cui Fini era il monarca assoluto e di cui i colonnelli avevano paura, come mostrò la vicenda delle chiacchiere al bar. Ed era un partito ormai svuotato di senso e di contenuti, privato di futuro e di una sua identità, omologato a Forza Italia, come riconosce il politico di maggior spessore della conventicola finiana, Fabio Granata.

Provo ad entrare in questo secondo laboratorio finiano e a capirne il progetto politico. Evito di capirlo tramite Fini la cui strategia ha un solo canone, l’opportunismo: prima trarre profitto dal largo consenso a Berlusconi e poi dissociarsi appena insorge una difficoltà. Così si ottengono due risultati: si vince le elezioni con Berlusconi e si ottiene il consenso di giornali e avversari. Oscar del pubblico grazie a Silvio, Oscar della critica grazie alle posizioni antisilvio. Fare Furbizia. Fini ha sempre fatto così, ora anche con la Polverini: prima l’ha eletta a vessillo della generazione finiana e poi l’ha scaricata appena sono sorti problemi.

Ma usciamo dal piccolo tatticismo finiano, cerchiamo di ravvisare una linea politica in Generazione Italia. Cominciamo però dalla domanda: ma diventerà un partito? Dipende dalle elezioni e dal loro esito. Ma io non credo che succederà; Fini sa che avrebbe larghi apprezzamenti da avversari e stampa ma gli mancherebbe un piccolo particolare: un popolo. Sarebbe un partito di minoranza che non conterebbe nemmeno sul vecchio elettorato missino o di destra, perché le posizioni finiane sono ancora più lontane da loro di quelle berlusconiane. Per taluni lo smarcamento finiano è un modo per prendere le distanze rispetto ai guai giudiziari; ma a parte il fatto che quei guai ci sono sempre stati, si sottovalutano almeno un paio di filoni d’inchiesta che hanno toccato pure il piccolo mondo finiano. Semmai la loro presa di distanza da Berlusconi serve da portafortuna con i magistrati. Per taluni Generazione Italia vorrebbe essere una specie di Partito d’azione rispetto ai partiti di massa; ma quello era un partitino di veri intellettuali, pur con tutti i limiti politici. Qui mi pare difficile ravvisare un profilo culturale: non confondiamo la risonanza mediatica con lo spessore culturale. A proposito di neoazionisti, i finiani sono stati adottati a distanza dalla rivista azionista e giacobina MicroMega. Che da anni pretende di scegliere il proprio avversario e di stabilirne i requisiti. È inutile dire che la scelta va sempre a chi è di destra contro la destra in campo. La miglior destra è sempre quella che non c’è, la destra dei morti o degli zombie, comunque la destra perdente e minoritaria. Appena vince, va squalificata. Ieri Montanelli quando disse di votare Ulivo, poi Fisichella quando passò con la Margherita, ora i finiani. E per far capire cosa intendono per destra civile lanciano l’uomo di destra ideale, Marco Travaglio. Che in un articolo spiega appunto «La mia destra». È una sinistra completa, quella italiana, fornisce perfino la destra di uomini e di idee. Quelli che sono di destra per conto proprio sono ritenuti intrusi, rozzi e superflui; in un regime micromegalico sarebbero rinchiusi nello zoo, in quanto bestie incivili.

Il campione adottivo della destra finiana è Granata, il quale in un dialogo con Camilleri sulla rivista si sforza di compiacere i suoi ospiti e per farsi rilasciare il passaporto di destra civile si dice eroicamente disposto a far cadere il governo se Berlusconi insisterà a proporre alcune leggi. Poi confessa di aver preso la tessera di Legambiente, professa la sua fede nel testamento biologico, sottolinea di lavorare in senso «gramsciano» ed elogia la Mussolini, che «al di là del suo cognome è una persona avanzatissima sui temi civili». Vorrei solo far notare che la Mussolini è là in virtù del suo cognome (è avanzata sì ma dal regime precedente); altrimenti sarebbe una femminista radicale qualunque. Ma già l’espressione avanzatissima implica una sudditanza culturale verso i progressisti e mostra l’orrore di passare ai loro occhi per retrivi. Per lo stesso complesso, ad esempio, a Roma promosse più iniziative culturali non conformiste l’assessore venuto dal Pci, Gianni Borgna che l’assessore finiano Umberto Croppi, smanioso di compiacere la sinistra. A ridatece il compagno Borgna... Come Fini, anche Granata sposa una tesi tipica della sinistra europea: il patriottismo costituzionale, ovvero riconoscere la propria patria nella Costituzione e nelle sue leggi. Ma ogni destra, nuova o antica, laica o cattolica, nostalgica o liberale, moderata o radicale, preferisce il patriottismo della tradizione. Ovvero ama l’Italia più che la Carta. I finiani hanno compiuto un altro strappo rispetto al popolo che li ha eletti: come la sinistra, oggi difendono la centralità del Parlamento. Invece la sua tradizione, i suoi elettori, la sua cultura preferiscono una democrazia presidenziale, fondata sulla decisione e sulla responsabilità diretta di chi governa.

Insomma, capirei una nuova destra che mettesse in discussione il modello culturale berlusconiano, che difendesse il senso dello Stato dalle derive anarchiche e la libertà dalle scelte restrittive (penso alla sciocchezza di chiudere i talk show in Rai, ad esempio). Capirei una nuova destra che ponesse il primato del cittadino sul consumatore, della comunità sull’individualismo, della civiltà italiana, mediterranea ed europea sull’americanizzazione globale. Ma le linee su cui Fini e i suoi ragazzi vogliono costruire la loro alternativa mi sembrano fumose, succubi della sinistra e del politically correct, tardomoderniste, laiciste e radicali. Segnano una distanza dal paese, nella premura di compiacere alcune élite di potere. Tradiscono il vecchio complesso del fascista ripulito, che deve farsi accettare e fa di tutto per rendersi simpatico a lorsignori, anche le capriole. Il loro movimentismo somiglia a quello delle mosche che ronzano nell’abitacolo dell’auto ma avanzano perché qualcuno intanto guida. Sperate che non apra mai il finestrino.