Il genio della luce fa magie su ponti, città e grattacieli

Bruno Baiardi è leader mondiale e con la sua Space Cannon illumina gli angoli più suggestivi della terra

È un mago della luce. Quasi un genio che nella notte dà vita a palazzi, stadi, ponti, grattacieli. E così Bruno Baiardi finisce per illuminare il mondo. Le Petronas Towers di Kuala Lumpur, la Casa Bianca, il circuito di Formula 1 di Shanghai, il ponte di Nanchino, il museo dei giochi olimpici di Olimpia, il Quirinale, il Casinò di Venezia, il campanile della cattedrale di Alessandria, i concerti di Vasco Rossi a Milano e di Paul McCartney a Roma, il carnevale di Rio de Janeiro, il palazzo di Hong Kong che è sede dell'ufficio del registro dei matrimoni, Ground Zero in occasione della cerimonia di commemorazione dell'eccidio delle Twin Towers. È il primo al mondo ad avere illuminato palazzi e grattacieli con fasci di luce potentissimi dai diversi colori, giallo, verde, blu, rosso. O ad averli lanciati lassù nel cielo per oltre venti, trenta chilometri. Ora illuminerà anche gli spettacoli di apertura e chiusura di Torino 2006, l'Empire State Building di New York, il più alto palazzo al mondo nel Dubai con i suoi oltre 700 metri di altezza, i Giochi panamericani di Rio nel 2007, le Olimpiadi di Pechino del 2008. «Siamo bravi, siamo i numeri uno», commenta Baiardi. Anche se c'è, aggiunge, «un altro lato della medaglia: avere la tecnologia per fare tante cose, ci costringe a vivere sempre sotto pressione».
Ricerca e innovazione. In realtà Bruno Baiardi vive da sempre sotto pressione. Anzi, spirito di sacrificio, voglia di fare, orari massacranti, curiosità spinta per la ricerca e l'innovazione, fanno parte del suo Dna. «La ricerca è il mio hobby», riconosce. Così lui va a lavorare con parte della sua équipe anche il sabato, talvolta persino la domenica. Ed è capacissimo di dimenticarsi di pranzare. Insomma, non gli pesa inventare qualcosa di nuovo in quanto l'ha sempre fatto: a 13 anni si è costruito il primo amplificatore smontando i pezzi di una vecchia radio e a 19 ha realizzato una radio amatoriale per parlare con un professore italiano finito in Giappone. Ha poi incantato decine e decine di cantanti con i suoi potenti amplificatori, ha costruito la prima macchina del fumo usata nel mondo dello spettacolo, ha inventato la prima luce robotizzata per palchi, tivu, show e concerti, ha costruito in due anni e mezzo ben 56 tra le più belle discoteche d'Italia. Finché con la sua Space Cannon, fondata nel 1988 a Fubine, in provincia di Alessandria, e così chiamata perché le sue luci sembrano davvero cannoni nello spazio, si è dedicato esclusivamente alla luce utilizzando sorgenti di alta tecnologia: in un primo tempo al servizio dello spettacolo e poi diversificando. Suoi apparati di illuminazione sono utilizzati dai vigili del fuoco, dalla polizia nei controlli di frontiera, dalla protezione civile, dalle forze armate italiane e in particolare dagli elicotteristi impegnati in Irak. La Space Cannon, dice Baiardi, «oggi è sostanzialmente un'azienda di ricerca e sviluppo di tecnologie per l'illuminazione».
L’adolescenza difficile. È un tipo eclettico questo Baiardi. Classe 1951, originario di Tortona, un fratello più giovane di cinque anni di nome Silvano, Baiardi è di famiglia poverissima. Il padre ha iniziato come garzone, quindi ha fatto il mezzadro e poi il fittavolo in una grossa tenuta dei marchesi Faà di Bruno d'Asti, poche centinaia di abitanti sulle prime colline dell’Alto Monferrato. Il giovane Bruno si alza alle 4 del mattino per accudire il bestiame, quindi va nei campi e poi a scuola percorrendo a piedi tre chilometri. E durante il tragitto porta anche il giornale a un colonnello dell'aeronautica in pensione che ogni tanto, a mo' di premio, gli regala 500 lire. In quinta elementare capisce cosa vuole fare da grande: per la promozione, invece della bici che desidera ma che non può avere perché costa troppo, i suoi gli danno 200 lire per andare a sentire un concerto a Nizza Monferrato. Si tratta del Cantagiro, presentatore è Lelio Luttazzi. Lui va con un paio di amici, ad un certo punto si ritrova sotto il palco in quanto c'è bisogno di un gruppo di ragazzini che si facciano fotografare vicino a un complesso. E sul palco vede due tecnici del suono in camice bianco. Quel lavoro ha per lui lo stesso effetto di un colpo di fulmine. Chiede a uno dei due: «Ma che scuola hai fatto?». E quello: «Elettronica». Bruno torna a casa e dice ai suoi: «Devo studiare elettronica». Che a quei tempi è un po' come dire andare sulla luna. Ma ci riesce: va a Genova dai salesiani, si diploma perito elettronico e in seguito prenderà anche la laurea a Genova in ingegneria elettroacustica in quanto il suo sogno, dirà, «è di andare a lavorare in un'azienda di Parma leader nel settore delle amplificazioni».
Un tecnico coi fiocchi. Baiardi coltiva spesso dei sogni, ora ha quello di fare atterrare l'elicottero nel piazzale dell'azienda che sta ingrandendo. Spesso riesce anche a realizzarli: così finisce proprio per essere assunto da quell'impresa di Parma che una volta era un colosso e assegnato alla filiale di Torino. E diventa un tecnico coi fiocchi. A metà degli anni Settanta si mette in proprio aprendo in un garage di Bruno d'Asti la Baiardi Amplificatori, un laboratorio artigianale in cui fa tutto lui, dal padrone al fattorino. Nel 1976 è il fornitore ufficiale di amplificatori al primo Festivalbar di Verona, un paio d'anni più tardi è il primo a realizzare in Italia un servizio di noleggio di amplificatori per concerti e spettacoli. Poi comincia anche a produrre microfoni. E con amplificatori e microfoni, offre anche un servizio di luci. A quei tempi circola questa battuta tra cantanti e addetti ai lavori: «Non si muove foglia che Baiardi non voglia nel campo delle amplificazioni». Fino a quando decide di abbandonare l'audio e di dedicarsi alla luce per un motivo semplice: «Il mondo dello spettacolo non era serio come mi immaginavo», dirà. In altre parole, Baiardi cambia pelle perché spesso, molto spesso, cantanti, artisti, impresari comprano i suoi prodotti ma poi non pagano. Troppi filibustieri...
Discoteche chiavi in mano. Nei primi anni Ottanta nascono in Emilia le prime discoteche. E lui, con i suoi giochi di luce, pensa di potere dire la sua. Anzi, la dice, tanto è vero che comincia a costruire discoteche chiavi in mano. Ben 56 in poco più di due anni. Finché anche qui si scontra con la realtà: chi ha i soldi non fa discoteche mentre sono di solito chi ne ha pochi o quasi niente a volerle costruire. Scaricando tutti i rischi su di lui. E allora decide di costruire discoteche per se stesso. Compra una catapecchia a Ozzano Monferrato e la trasforma in una discoteca da mille e una notte. Davvero all'avanguardia. Ma c'è il problema della pubblicità. E invece di spendere soldi sui giornali, s'inventa due fasci di luce che si scagliano per una ventina di chilometri nel cielo grazie a due proiettori potentissimi: due cannoni di luce. E centra il bersaglio: la gente, incuriosita da quella luce, va a vedere cos'è e scopre la discoteca... Baiardi fa i soldi con la discoteca ma ne spende anche molti nella ricerca che continua a fare con alcuni amici tecnici e ingegneri nello scantinato della discoteca stessa. E s'inventa anche il primo alimentatore al mondo per lampade speciali, pesa appena 50 chili contro i tre quintali e mezzo dei concorrenti. Comincia ad andare per fiere, l'altro suo hobby, ed inizia così la collaborazione con la Osram, quindi con la Philips, finché nel 1988 nasce la Space Cannon utilizzando le straordinarie prestazioni della lampada allo xeno, l'unica in grado di emulare la luce del sole. Lo slogan iniziale è «Architettura di luce», poi la trasforma nell'attuale «In nome della luce».
Sposato con Maria Isabella Graziano, una comasca a lungo cantante d'orchestra, dal moderno al liscio, Baiardi ha due figli: Edoardo, 1979, perito elettronico e impegnato già in azienda nella ricerca, e Nadia, studentessa di comunicazione alla Cattolica di Milano. Ama citare vecchi proverbi, non ha mai preso la patente di guida perché, dice, «non ho mai avuto tempo», pensa che l'industria occidentale abbia già «regalato 50 anni di tecnologie alla Cina». Ed ora ha già portato la Space Cannon in quella che è la tecnologia del futuro, il Led, acronimo di Light emitting diode, ovvero il diodo che emette luce. La tecnologia allo stato solido. Un corpo molto piccolo che sprigiona meno calore rispetto alle lampade convenzionali e consente di variegare la luce come uno vuole. Dice sicuro: «La tecnologia del futuro sarà al 90% proprio allo stadio solido». E lui c'è già dentro alla grande.
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