Burlando guarda al Pd «Un ruolo nazionale se ci sono le condizioni»

«Non credo che funzioneranno mai le esperienze in cui uno comanda e gli altri obbediscono». La stoccata firmata Claudio Burlando, governatore della Liguria, è dedicata ai vertici del partito Democratico, conseguenza della scelta di affidare a Guglielmo Epifani la reggenza del partito fino ad ottobre (quando verrà celebrato il congresso), decisione che il presidente ligure ha definito da «logiche di caminetto romano». Burlando lo ribadisce ancora una volta: «Così il Pd non può andare». Scontenta la base, non premia chi lavora sul territorio, non crea una vera classe dirigente sulla quale impostare il futuro. Critiche dure ma senza sottrarsi ad un ruolo che possa vederlo impegnato a livello nazionale in quello che potrebbe essere il nuovo assetto dei democratici: «Se il gruppo dirigente del Pd sarà frutto di un riconoscimento del valore delle persone e del legame che queste persone hanno con i territori, mi interessa anche dare una mano - ha sottolineato Burlando -. Se, invece, fosse un equilibrio di correnti nazionali non me ne importa sinceramente nulla. Devo dire, purtroppo, che in questi ultimi tempi è stato così».
Quindi ecco riproporsi anche l'interrogativo sulla futura candidatura di Burlando alla presidenza della Regione nel 2015. Per l'ex ministro sarebbe il terzo giro alla guida di una maggioranza di centrosinistra. Lui lo aveva già definito un periodo troppo lungo per una carica così importante, limitando a dieci anni il passaggio migliore per la guida dell'ente di piazza De Ferrari. Ma lo stesso governatore è consapevole del fatto che potrebbe rimanere il solo in grado di guidare Pd e alleati nella prossima campagna elettorale e che, dunque, potrebbe essere richiamato per restare in campo nonostante le ambizioni nazionali. Unico perché in grado di fare collante tra le mille sfumature del centrosinistra.
Il punto centrale, però, resta quello di costruire una classe dirigente di livello per il Pd: «È evidente che la nostra vera forza è sempre stata quella di avere una classe dirigente ampia: nel primo governo Prodi c'erano, oltre a Prodi anche Ciampi, Napolitano, Andreatta e Maccanico. Loro si fecero affiancare da persone più giovani come Pierluigi Bersani, Walter Veltroni, io stesso, Livia Turco e Angela Finocchiaro». Quello che manca al Pd che si è fatto la guerra, secondo Burlando, che prende come riferimento l'elezione del presidente della Repubblica: «Poi, se questo partito vince quando le elezioni si fanno sul territorio ma mai a livello nazionale, un problema esiste».