Quando imparare a suonare il piano è come giocare con i colori e le fiabe La scuola Alma Musica

Dimenticate le lunghe ore di solfeggio, le vecchie maestre impolverate, i pomeriggi rubati al gioco, tutto per il capriccio di una mamma o un papà deliziati nel vedere il proprio bambino che esegue svogliatamente «Per Elisa» di Beethoven. Insegnare il pianoforte ai bambini non è per forza una tortura: è un gioco che diverte, ma allo stesso tempo porta dei bei risultati. Lo sostiene con forza la squadra di «Alma Musica», un'associazione culturale nata a Genova nel 2007 dall'idea di un gruppo di giovani musicisti con in testa il sogno di educare grandi e piccoli alle sette note. Un sogno che ha portato la loro scuola ad essere l'unica a Genova a fornire corsi di piano per i piccoli dai 3 ai 5 anni.
Un gioco estremamente serio, perché tenta di andare controcorrente rispetto all'educazione musicale della scuola dell'obbligo italiana, praticamente inesistente rispetto ad altri paesi europei come Francia e Germania. A condurlo c'è Sara Marchetti, pianista e insegnante, colei che ha fondato Alma Musica insieme al chitarrista flamenco Marco Galvagno. «I bimbi in età da scuola materna possono fare musica, e possono farla su un pianoforte normale, quello dei grandi», afferma. «Il metodo l'ho imparato da un'insegnante italoamericana, e mi ha entusiasmato. È un vero e proprio gioco: i tasti sono colorati, ai bambini si colorano a loro volta le dita e così si possono insegnare loro facili melodie». È solo il primo passo, e la conoscenza è come una slavina: «A poco a poco i bambini imparano a rendere indipendenti la mano destra e la sinistra, sempre attraverso il gioco: ad esempio, sanno che l'accordo è come un regno con il re, la regina, i prìncipi eccetera, e quando l'accordo è minore è perché la regina è diventata triste».
Tra un colore e una fiaba, a cinque anni i piccoli allievi riescono a esprimere la propria musicalità «con una impressionante naturalezza». L'obiettivo non è certo quello di formare dei bambini-prodigio, ma di contribuire alla crescita di una generazione musicalmente consapevole. «L'educazione musicale manca nelle nostre scuole, ed è malamente sostituita da programmi radiotelevisivi musicali che inculcano modelli molto distanti dalla bellezza e dalla profondità». Il che causa «una incapacità di giudizio: si cresce senza riconoscere una musica frutto di ricerca». Poi non è detto che i piccoli allievi, diventati grandi, debbano per forza appassionarsi a musiche particolarmente «difficili»: l'importante è che ascoltando qualunque genere sappiano mettersi dalla parte del musicista e capirne il linguaggio, anziché subirlo passivamente.
E la definizione di «musica frutto di ricerca» si può intuire dall'elenco degli artisti genovesi «gestiti» Alma Musica, che oltre a scuola è anche una sorta di agenzia per l'organizzazione di concerti e tour: il jazzista Enrico Testa, la cantautrice Roberta Alloisio, i Nanaue (Emiliano Deferrari e Matteo Nahum), il quintetto femminile Nu Drop e la squadra dei «Concerti Spirituali», un'agile macchina guidata dal direttore d'orchestra Marco Zambelli (è salito sul podio dei maggiori teatri mondiali) che di volta in volta coinvolge ottimi solisti classici. Alma Musica, da qualche anno lavora per portare a Genova e in Liguria i concerti di questi artisti e altri eventi. Per due anni l'associazione ha organizzato il Guitar Festival che ha portato a Sestri Ponente gente come Ricky Portera (pupillo di Lucio Dalla e chitarrista degli Stadio) e il bluesman Paolo Bonfanti. Per quest'anno il Guitar festival rimane a riposo, ma la volontà, assicurano da Alma, è di farlo tornare nel 2014. «Il più grande sforzo organizzativo è stato però quello del 2011 - racconta Sara Marchetti - quando, dopo la tragedia del Ferreggiano, con il festival “Scorre”, ideato per l'occasione, abbiamo portato sul palco sessanta artisti tra attori, ballerini, musicisti, cabarettisti»: un evento di solidarietà travolgente, che fece conoscere Alma Musica nella realtà culturale genovese. Una realtà in cui, ammette la stessa Sara, non è facile muoversi: bisogna fare i conti con le istituzioni e con una situazione economica poco favorevole. Ma da sei anni un gruppo di giovani fa il possibile per non far finire la musica: un bene che non ha prezzo.