Quel fascino «spinto» della poesia erotica

L'amore può tradire, il sesso mai. Col sesso, oggidì, vai sul sicuro, omo o etero che sia: al cinema, a teatro, nella musica (festivaliera) e nell'arte (minimalista, ancorché massimalista in certe dimensioni iper-siliconate). Ci vai alla grande, col sesso, pure in pubblicità, dove le allusioni sono sempre più virate all'esplicito anche per promuovere un callifugo. E, poffarre!, ci vai alla grande, col sesso, in tv, in quelle fiction che, se non ci fosse qualcuna (a volte, purtroppo, anche qualcuno) che si spoglia, non andrebbero oltre la prima puntata, e invece devono durare almeno un ciclo. Insomma, nonostante la società si proclami disinibita, scevra di sovrastrutture mentali e finalmente libera da ossessioni freudiane e junghiane, ecco che il sesso irrompe in ogni bugio - absit iniuria -, e si considera ingrediente indispensabile per ogni ricetta che debba avere successo e, soprattutto, far guadagnare. Possibilmente tanto. Da qui, di recente, è tutto un fiorire di letteratura, ma anche di poesia erotica, che rispetto alla consorella in prosa, s'ammanta di un fascino ancora più, come dire?, spinto.
Viene in mente questo turbinio di pensieri, questo afflato di adrenalina, questo «bulacco» di testosterone in delirio,sfogliando «Nel corpo, l'anima», De Ferrari Editore, opera seconda - ma non minore - di Barbara Garassino, maestra di tennis e appassionata di classici, e, come confessa lei stessa, «con lo sfogo della scrittura, per alleggerire il mal di vivere, per parlare con i genitori, per piangere senza lacrime, per sopravvivere alla vita in uno dei momenti di crescita più difficili che ci è dato superare». Pare che sia nato così il suo volume di liriche potentemente, vibratamente erotiche. Della serie, citando fior da fiore: «Disteso su un giaciglio improvvisato / teatro di impeti lascivi, / adagiato su coltri non amate / lordate dal frutto del tuo sesso, / hai trovato il piacere che cercavi?». All'interrogativo, suggerito dalla lirica «Visione», non sembra facile rispondere in modo men che pudìco. Ma intanto ci si può rifare con «Sola». Che attacca così: «Sdraiata su un letto di bambole / curiosa esplori la vita, / attenta ascolti i palpiti / di segreti che non conosci. Timide dita inesperte / scorrono sul corpo acerbo, disegnano cerchi sui seni, / sfiorano il ventre immaturo». Il resto, come nei «gialli» in cui non si rivela il finale, si deve lasciare doverosamente alla lettura. O all'immaginazione. Oppure si possono saltare a pié pari le liriche - a meno che il rozzo inclita non le definisca altrimenti - e passare disinvoltamente alle illustrazioni. Che sono anch'esse di un maestro, ma di pittura: Pier Canosa.
Il volume di elegante veste grafica vale già - o solo? - per quelle immagini che sono altrettante esaltazioni della plastica bellezza della figura umana. Quella sì, quella di Pier Canosa, è pura sensualità, e ha poco o nulla a che fare con l'erotismo di maniera e con l'epater le bourgeois, contrabbandati come liberazione sessuale o «sfogo della scrittura». Per un libro che, più che da leggere, è da guardare.