La sinistra ligure, malata di carenza di riformismo

(...) delle eccellenze italiane. Con grandi atti di generosità, anche verbale, come quello di Vittorio Malacalza che, anzichè parlare pro domo sua, ha firmato il miglior elogio della piccola e piccolissima impresa e la miglior difesa di commercianti, artigiani e piccoli imprenditori.
Però, nonostante questi sforzi, anche Burlando deve andare oltre. Perchè un conto sono le ottime idee del Ducale, un conto è il continuo richiamo della foresta che sembra la maledizione di Burlando, come di chiunque faccia un passo verso la sinistra riformista a livello nazionale: il D'Alema della Bicamerale e del congresso dell'Eur nel 1997, il Veltroni del Lingotto, il Renzi della Leopolda e prima delle primarie. Tutta gente, però, che - dopo poco - è tornata indietro sui suoi primi positivi passi.
Ecco, Burlando è un po' di quella razza lì. Certamente attento all'impresa, molto meglio di tanti altri nel suo campo, al netto delle infelici battute sui convegni di Confindustria. Ma altrettamento certamente troppo concentrato sulla somma di qualsiasi addendo, anche se mele e pere vanno nello stesso conto: per vincere, mettere insieme iper-liberali e Rifondazione, Donzella e comunisti, baciapile e laicisti, va benissimo. Ma, alla fine, il conto lo pagano i cittadini.
E, anche qui, di nuovo, veniamo - per l'ultima volta, almeno credo - a Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e viceministro delle Infrastrutture. Non perchè vogliamo chiedere la cittadinanza a Salerno, ma perchè - in questo viaggio attraverso l'Italia che sa competere con il mondo - credo che De Luca possa essere il vero minimo comune multiplo e massimo comune denominatore insieme, uno da cui ripartire.
E per farvelo capire, e per far capire alla sinistra genovese e ligure come sia possibile essere riformisti - senza lasciare il povero tesoriere regionale e assessore tecnico a Santa Margherita Ligure Giovanni Raggi a fare la «pecora bianca» che svetta in mezzo a tanti pecoroni rossi - cito una volta di più proprio il viceministro delle Infrastrutture e primo cittadino di Salerno. Che non è un uomo di destra, anzi, che è esponente di punta del Pd campano, ma che sa dire parole che suonano pressappoco così, col dolce suono del riformismo. E mi piace condividerne con voi alcune, pronunciate a Monfalcone, negli stabilimenti di Fincantieri in occasione della cerimonia di consegna della Royal Princess, nuova ammiraglia della compagnia, costruita tutta in Italia.
Le parole di De Luca sono state pronunciate a fianco dell'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono che è un altro che citiamo spesso e volentieri come immagine di un riformismo possibile, della possibilità di venire da una storia di sinistra e di conciliare rispetto dei lavoratori e riformismo, logiche imprenditoriali «private», persino nell'azienda pubblica, e rispetto dei diritti dei singoli, profitti e volontà di non fare macelleria sociale. Ribadisco: il paragone è forte, forissimo, ma siamo nei dintorni di un Enrico Mattei dei giorni nostri. Merce rara. Domani poi, diremo anche di Finmeccanica e della demagogia di Doria.
Insomma, non so se Bono sia contagioso, non so se De Luca sia contagiato, ma certo sento parole che sono il miglior invito ad andare avanti: «Da questi cantieri - ha detto il sindaco-viceministro a Monfalcone, a fianco di Bono e, idealmente, anche di Enrico Letta - viene un messaggio importante a tutto il Paese. Un messaggio di speranza, innanzitutto. Abbiamo un Paese che è ripiegato su se stesso. Un Paese che è depresso, un Paese che è stanco, un Paese che è incerto sul suo futuro. Bene. Da Monfalcone, da questi cantieri, da queste realizzazioni, viene davvero un messaggio di speranza». E, vedendo la nave, De Luca ha disegnato «la distanza abissale tra questa realtà produttiva e le immagini della politica politicante, delle idiozie che arrivano da Roma. C'è chi dà l'anima per creare il lavoro e darsi un futuro e ci sono ancora settori rilevanti della società italiana, del mondo politico, del mondo dell'informazione, del mondo giudiziario che vivono di parassitismo, perchè senza parassitismo non saprebbero che fare nella vita».
Parole fortissime, che vengono insieme all'elogio della meritocrazia, in un Paese in cui, invece, «la selezione avviene in negativo di solito, più si fallisce, più si hanno i soldi. Non è un Paese a misura dei successi imprenditoriali». La ricetta per rimediare: «Uno, evitare che ci siano smantellamenti industriali che potrebbero avere effetti a catena. Penso all'Italsider, dove si stanno accumulando oggi problemi drammatici avendo scontato qualche magliarismo imprenditoriale, ma anche avendo scontato il sonno, il lungo sonno, di altri poteri dello Stato che si svegliano ogni vent'anni quando i problemi diventano incancreniti». Ora, a parte l'uso di «Italsider» al posto di «Ilva», che può essere un lapsus, ma anche la volontà di preservare una storia che fu gloriosa, difficile trovare una sintesi migliore di ciò che è successo alla siderurgia italiana.
Ed ecco il crescendo di De Luca per «una battaglia radicale, tenace, dura, contro la palude burocratica di questo Paese». Quello che segue è quasi un ritratto impietoso di Genova e della Liguria, pur modellato sull'Italia intera: «Questo è un Paese che è ormai costruito a misura del parassitismo e che è costruito per frenare ogni slancio vitale, ogni slancio imprenditoriale, costringendolo a perdersi in una palude burocratica, in un groviglio normativo che è assolutamente intollerabile».
Poi, il passaggio sul Porto che è la scelta di campo del governo a favore del Terzo Valico e di Genova: «Questo è il Paese nel quale si costringe una nave ad andare dall'Italia a Rotterdam e tornare indietro perchè costa meno andare a sdoganare le merci a Rotterdam di quanto non costi utilizzare un porto italiano, in cui bisogna perdere tre settimane per fare uno sdoganamento. Non è più possibile. Ormai quella che vive nella pubblica amministrazione è un'unica legge: la paura della firma. Non c'è più nessun settore della Pubblica Amministrazione che, di fronte alla necessità di esercitare un potere discrezionale si assuma una responsabilità, perchè la paura di addebiti contabili, amministrativi o penali è ormai talmente diffusa da paralizzare l'Italia».
Mica finita: «Così questo Paese non può andare avanti. Non possiamo vivere con la paura della firma, che è ormai diffusa in tutti i settori della Pubblica Amministrazione. Abbiamo la necessità di sburocratizzare, di semplificare, di rompere quel groviglio di autorizzazioni e di controlli preventivi che non servono a controllare assolutamente niente, ma ad opprimere chi vuole investire e a diffondere pratiche tangentizie nella Pubblica Amministrazione. Dobbiamo smantellare tutto, dando fiducia piena a chi vuole investire e semmai rendendo più efficaci le sanzioni». Il tutto «sperando di avere a fianco non le aree di parassitismo che vivono ancora in questo Paese, ma quelli che si svegliano la mattina per andare a guadagnarsi il pane o per cercare di costruire impresa e creare lavoro».
Il giorno che sentiremo a Genova e in Liguria un discorso così, forse saremo qui a scrivere un'altra storia.
(6-continua)