Gente dalla forte tempra nell’entroterra

Alessandro Massobrio

Che cos'è il male di vivere? La vecchia Europa, nell'ultimo cinquantennio, ha compiuto un così impressionante balzo in avanti verso un benessere sconosciuto alle generazioni precedenti che anche il concetto montaliano di sofferenza esistenziale si è quanto mai relativizzato. L'uomo contemporaneo magari è tormentato da depressioni, ansie, nevrosi, talvolta una grave malattia ne limita l'efficienza e talvolta minaccia la stessa vita ma mai il vivere fa sentire tutta la sua precarietà in maniera tanto costante e diretta da rendere concepibile l'antica, medioevale definizione di esistenza terrena come «valle di lacrime». Che sia necessario affrontare e superare come si affronta e si supera una prova iniziatica. Eppure tutto questo è così poco dietro le nostre spalle che esistono persone capaci di ricordare ancora. Di affidare al registratore di un etnoantropologo come Paolo Giardelli, autore di «Si comincia da una figlia» (Le Mani editore), episodi ed avvenimenti che sembrerebbero appartenere al più remoto passato, mentre non risalgono che a ieri l'altro. E sono le radici della nostra esistenza. Quelle radici che non sarebbero più le stesse se non si abbeverassero a questa fonte di sofferenza rassegnata e silenziosa che è stata la vita degli abitanti delle coste e dell'entroterra ligure dei primi cinquant'anni del Novecento.
Di che tipo di vita si trattava. Aspra, amara, agra, per usare un aggettivo caro ad uno scrittore degli anni Sessanta. Già soltanto le foto - autentiche reliquie strappate dall'obiettivo al fluire del tempo - ci rivelano una serie di volti assai più eloquenti di molte parole. Quelli degli uomini, ripresi in rari momenti di riposo o di distrazione, sono scuriti dal sole ed incisi dalle intemperie. Un gruppo di anziani, ripresi a Porcile in Val Brevenna, nel 1964, levano i gotti colmi di bianco per brindare forse a quel po' di benessere, che gli anni del boom economico sembrano aver portato anche tra le loro brulle montagne. In Valle Argentina, una intera famiglia - prima della guerra ciascun nucleo familiare non poteva contare meno di sei figli - si raccoglie intorno al patriarca. Caratterizzato da una singolare bombetta, calcata sul capo, e da due grandi baffi che gli incorniciano il volto. Le mani, quasi in segno di paterna potestas, sono aperte e poggiate con il palmo sul legno del tavolo.
Ma sono le donne le autentiche vittime di una società che ha assoluto bisogno di braccia giovani ed efficienti per condurre al pascolo gli armenti o dissodare le fasce di terreno. Dunque, figliare necesse est. E quanto sia importante questo dovere lo si legge, per esempio, nel volto della levatrice di Toirano, che stringe al proprio seno, gonfio di latte, la bambina a lei affidata e guarda con quel suo viso contadino - gli zigomi larghi, il naso sottile, gli occhi lievemente mandorlati - l'obiettivo, la cui precisa funzione forse neppure comprende.
Infine, bambini ovunque. Ripresi in Val Varenna con i piedi nudi e le mani in tasca, i grandi occhi scuri a fissare lontano. Oppure durante una scampagnata in Val d'Aveto, mischiati tra fiaschi di vino e grosse pagnotte di pane nero. O come a S. Bartolomeo dei Casoni, in Val Trebbia, vestiti a festa, accanto a mamma e papà.
La Liguria dei primi del secolo offre alla povera gente solo poverissime dimore. La vita degli abitanti dell'entroterra - come registra puntualmente Giardelli - è di una povertà che sconfina spesso nella più nera miseria. Case alte e strette, per raggiungere i piani superiori della quale occorre inerpicarsi su altissimi scalini. Essiccatoi di castagne che invadono lo spazio abitativo. Fermenti di mosto che irrompono tra le pareti domestiche. Letti matrimoniali in cui dormono genitori e figlio ormai adulti. Tetti impermeabilizzati da strati di letame che ammorbano l'aria e infettano i corpi.
Ciononostante l'esistenza procede secondo ritmi atavici, che neppure il cristianesimo è riuscito del tutto a cancellare, così che - come accade talvolta sui pavimenti piastrellati - qualche tessera cede, lasciando scorgere al di sotto l'immagine spaventosa della superstizione pagana. Questo fenomeno è particolarmente evidente per quel che riguarda le nozze e la gravidanza, i riti di purificazione ed il battesimo dell'infante. È qui forse che il discorso di Paolo Giardelli si fa più attento ed intrigante. Quando cioè affonda tra le pieghe dell'occulto, del paranormale, del segreto. Così si aprono squarci di un remotissimo passato, fatto di magia, certamente, ma anche di una particolare percezione delle forze naturali. Qualificate come buone o cattive, favorevoli alla vita o votate alla morte.
È a questo punto che fanno il loro ingresso sulla scena la levatrice e la nutrice, talvolta la strega che getta il malocchio oppure il sacerdote che è chiamato con il sacramento del battesimo e col rito della purificazione a introdurre, da un lato, l'infante nella comunità e dall'altro a liberare la madre dalle influenze maligne.
Una infinità di agenti e di concause entrano in gioco: dall'influenza lunare alle «voglie» delle gestante, dal taglio del cordone ombelicale a certe formule apotropaiche, pronunciate prima o dopo il parto. E all'interno di questo tempio sta anche la sofferenza - quella che abbiamo definito il male di vivere dell'essere umano. L'uomo, erede del peccato di Adamo, ha ricevuto in dote, sino dalla nascita, il dolore e la mortificazione. Che occorre tollerare con quello stoicismo cristiano che non si abbandona alle lacrime, che accetta di patire in silenzio. Uno spaccato di sofferenza, dunque, quello che ci offre Paolo Giardelli nel suo libro ma non di disperazione. La disperazione forse appartiene soprattutto a noi, uomini del XXI secolo, disabituati a conoscere il senso di parole come dovere, espiazione, redenzione. I nostri nonni lo conoscevano invece, ma un antico pudore contadino ha impedito che ce ne fornissero spiegazione.