Giù le mani dal profetico Giovannino

Siccome i luoghi comuni sono duri a morire, e siccome tra i luoghi comuni quello immarcescibile per eccellenza è la superiorità culturale della sinistra sulla destra, anche la riesumazione di un vecchio film girato da Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi viene ora presentata come la prova della lungimiranza del primo e dell’ottusità del secondo. Ma per fortuna quel film ora sarà disponibile, e chi vorrà farsi un’idea sgombra dai pregiudizi trarrà le sue conclusioni.
Il fatto, innanzi tutto. Il film in questione si intitola La rabbia e fu prodotto nel 1963. L’idea era quella di mettere a confronto un punto di vista «di sinistra» e uno «di destra» sulla situazione di un mondo segnato da grandi speranze (il progresso tecnologico, Kruscev e Kennedy, Papa Giovanni) ma anche da grandi paure (la guerra fredda, l’incubo nucleare). I due registi dovevano rispondere - Pasolini nel primo tempo, Guareschi nel secondo - alla seguente domanda: «Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?».
Due punti di vista ovviamente diversi, anzi contrapposti: ma era inteso che ciascuno dei due registi dovesse accettare e rispettare quello dell’altro. Guareschi accettò e rispettò. Pasolini non fece né la prima né la seconda cosa. Non accettò, perché ritirò la firma dal film (salvo, alla fine, rimetterla) e neppure rispettò, visto che commentando la parte girata da Guareschi disse: «Se Eichmann potesse risorgere dalla tomba e fare un film, farebbe un film del genere. Per interposta persona Eichmann ha fatto questo film». Adolf Eichmann, lo dico a beneficio dei lettori più giovani, era l’ufficiale nazista ritenuto responsabile di aver pianificato la «soluzione finale», ossia lo sterminio degli ebrei, e nel 1962 fu impiccato per decisione di un tribunale israeliano. Per farsi un’idea di quanto fosse carino - da parte di Pasolini - l’accomunare Eichmann a Guareschi, si tenga conto che quest’ultimo aveva passato due anni di prigionia, dal 1943 al 1945, in un lager nazista. Dov’era finito per essersi rifiutato di fare il giornalista sotto la Repubblica Sociale: così, a proposito di intellettuali e schiene dritte.
Comunque. Il film uscì e non ebbe successo, tanto che fu ritirato dalle sale dopo pochi giorni. Era finito nel più profondo dimenticatoio, ma la Cineteca di Bologna l’ha ora restaurato e presentato alla Festa del Cinema di Roma.
E immediatamente, purtroppo, s’è riproposto lo schemino di un Pasolini illuminato e di un Guareschi oscurantista. È lo schema proposto da anni nelle recensioni che girano tra i cinefili, sulle quali si legge, ad esempio, che la prima parte, quella di Pasolini, «è un momento di riflessione e di escursione poetica», mentre la seconda, quella di Guareschi, «nulla ha di poetico, rappresentando solamente l’autocelebrazione di un’ideologia banalmente fascista». In questa trappola è caduto, ad esempio, anche un insospettabile come Lamberto Dini, che al Festival di Roma ha «sottolineato l’elemento poetico e la ricercatezza filologica presente nell’opera dell’intellettuale e assenti invece in Guareschi», aggiungendo: «In Pasolini colpisce uno spessore intellettuale». Anche un autore intelligente come Edmondo Berselli ieri su Repubblica ha tutto sommato dipinto Guareschi come un autore «implausibilmente insensibile al tempo e alla storia», e ha scritto che la convivenza tra i due registi era «un non senso nonostante tutta la buona volontà pasoliniana». Non conosco personalmente Berselli, ma avendone grande stima per quel che ho letto di suo, sospetto che non abbia visto il film. Il quale, se guardato senza schematismi, ha molte sorprese da regalarci.
Alla domanda sul «perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza e dall’angoscia», Pasolini risponde infatti con un’unica chiave di lettura, quella della politica. Al dramma del Terzo Mondo e del colonialismo, propone una soluzione sulla quale la storia ha gettato più che un’ombra, il castrismo: «Forse solo una canzone poté dire che cos’era il combattere a Cuba/ ... forse solo una canzone poté dire che cos’era il morire a Cuba... gente di colore/ è nella vittoria che la gente non ha colore». Il film pasoliniano prosegue poi con la rivolta d’Ungheria, con il franchismo, con un atto d’accusa al capitalismo impersonificato dalla Fiat. «Il sentimento della libertà ha le sue origini in visi simili», commenta poi Pasolini mentre scorrono volti sorridenti di gente comune nell’Unione Sovietica. Infine, il poeta e regista associa la sua speranza in un mondo migliore all’immagine di Juri Gagarin che «sale al cielo con un semplice cuore e ridiscende in terra fra i semplici cuori dei suoi compagni» affermando «da lassù tutti mi erano fratelli».
Si dice che Pasolini era sì un comunista, ma eretico. È vero. Ma resta il fatto che del comunismo il poeta critica - anche in questo film - l’applicazione e le presunte deviazioni, non le fondamenta. È infatti un «comunismo corretto» che si invoca nella sua parte de La rabbia come soluzione all’infelicità umana. Pure in questo, ci pare, la storia lo ha smentito.
Insomma la sua analisi sull’angoscia dell’uomo è solo politica, ideologica. Per la precisione: marxista. E non lo diciamo noi: nel comunicato ufficiale della stessa cineteca di Bologna si legge che il film pasoliniano fu «molto più decisamente marxista» di quanto lo stesso autore avesse ipotizzato nella traccia consegnata al produttore.
Guareschi, invece, non ripone le proprie speranze nelle ideologie, delle quali anzi coglie - in anticipo sui tempi - l’obsolescenza. È certamente vero che certe sue parti sul colonialismo e sui «negri» mostrano il segno di una visione vecchia e improponibile. Ma fermarsi a quelle espressioni farebbe torto all’opera e all’autore, la cui cifra complessiva è ben più profonda.
L’essenza vera de La rabbia guareschiana è infatti un’altra. Guareschi punta il dito contro i guasti del progresso e della modernità. Il vero male, dice, sono la perdita del senso del sacro e la materializzazione del tutto, da cui ogni guasto deriva: la riduzione dell’uomo a terminale per il consumo, l’idolatria del denaro, la mercificazione del sesso, la distruzione della famiglia. Con quarant’anni di anticipo, Guareschi mette anche in guardia dai rischi del disastro ecologico, delle manipolazioni genetiche, della scienza che da serva diventa padrona.
Lascio al lettore stabilire quale delle due chiavi di lettura, quella solo politica-marxista di Pasolini e quella del «reazionario» Guareschi, abbia ancora qualcosa da dire all’uomo d’oggi. Il pubblico di tutto il mondo - che ancora lo legge in milioni di copie - ha già dimostrato da tempo di capire la perenne attualità di Guareschi. Sarebbe ora che lo capisse anche certa critica, che invece continua a schifarlo, e a ritenerlo capace - al massimo - di creare un divertente ma fittizio «mondo piccolo» di cartapesta.
Michele Brambilla