Giocano con le auto ma scordano le caldaie

LA CROCIATA ANTI-INQUINAMENTO Le strane scelte del Comune. Palazzo Marino si accanisce coi veicoli. E sulla vera causa dello smog non fa nulla (neanche una delibera). <a href="http://www.ilgiornale.it/milano/mille_firme_poche_ore_referendum_contro_... target="_blank"><strong>Mille firme in poche ore per il referendum contro l'Area C</strong></a>

Il Comune è fortemente in ritardo. Il tempo delle rassicurazioni e dei «faremo» è finito, così come la pazienza. Per questo i promotori dei 5 referendum ambientali stanno preparando il ricorso ai garanti. Intanto i milanesi soffocano, le poveri sottili sono ormai da dieci giorni consecutivi sopra la soglia di allarme. Come se non bastasse il rapporto «Mal’aria» di Legambiente di venerdì ha assegnato il secondo posto a Milano nella classifica delle città più inquinate.
Palazzo Marino, infatti, non ha ancora preso posizione, con un documento ufficiale, sui 5 quesiti ambientali. Il regolamento comunale prevede che la giunta debba esprimersi sui tempi, modi e attuazione dei referendum - per cui ha votato mezzo milione di cittadini - e fornire motivazioni articolate nel caso decida di non darne attuazione. Area C è entrato in vigore lunedì... «Sì, ma rappresenta solo un piccola parte del quesito numero uno - spiega Edoardo Croci, fondatore del comitato promotore - così se ci sono dei provvedimenti che necessitano di una lunga accurata valutazione preliminare, per non parlare della realizzazione, come nel caso della riapertura di Navigli, ce ne sono altri che sono di immediata applicabilità. Un esempio? Il numero 4 sul risparmio energetico (95,9% di sì su 489.699 votanti) che «impegna il Comune a adottare il piano per l’energia sostenibile e il clima che lo impegni negli obiettivi europei di riduzione di almeno il 20% delle emissioni di gas serra». «Il piano - recita il referendum - prevede la conversione degli impianti di riscaldamento domestico a gasolio fino alla loro completa eliminazione entro il 2015». La giunta, fortemente impegnata, almeno a livello di facciata, nella lotta all’inquinamento, non dovrebbe far altro che licenziare una delibera che vieti l’uso del gasolio come combustibile per le caldaie, in nome della tutela della salute pubblica. I tempi di attuazione? Quanto serve a scrivere una delibera di giunta. Si tratterebbe di un provvedimento tra l’altro a costo zero per l’amministrazione e quasi (ora spiegheremo perché) per i condomini e un tassello fondamentale per la lotta all’inquinamento.
Su 20.0000 impianti censiti in città, infatti, il 30% è alimentato a gasolio: «Le caldaie a gasolio sono responsabili dell’80% dell’inquinamento da riscaldamento - spiega Edoardo Croci - e hanno lo stesso potere inquinante dei mezzi diesel, responsabili delle emissioni di black carbon, la componente più tossica del Pm10. Il riscaldamento incide per il 20% su base annua sull’inquinamento atmosferico e per il 40% durante l’inverno. In media diciamo che è responsabile del 32% delle emissioni di poveri sottili. I conti sono presto fatti: sostituendo tutte le caldaie si ridurrebbe di un terzo la fonte di inquinamento». Come dire: invece di riempirsi la bocca di belle parole come protocollo di Kyoto, al sindaco basterebbe predisporre la delibera per tagliare di un terzo le emissioni di smog. «A oggi - continua Croci - il Comune non ha dimostrato di volersi adeguare alla volontà popolare».
I vantaggi del metano? Permette un risparmio energetico del 30% e inquina 10 volte in meno rispetto al gasolio. Sostituire le caldaie, da gasolio a metano, è praticamente, a «impatto zero» dal punto di vista economico: le aziende ormai offrono piani di ammortamento per l’acquisto dei nuovi impianti che permettono ai condomini di pagare le rate delle caldaie nuove, insieme al riscaldamento, quasi senza accorgersene. O meglio pagando il riscaldamento i condomini spendono un pochino di più rispetto al solito, acquistando un impianto il cui costo sarà ammortizzato (con una minore spesa per il riscaldamento) nel giro di 4 o 5 anni. A ciò si aggiungono sgravi fiscali pari al 55% (ancora per il 2012). Inutile poi parlare delle ricadute sul lavoro: sostituire le caldaie, da qui al 2015, creerebbe centinaia di posti di lavoro.