Il giornalista che chiacchiera col defunto Montanelli "Mi dice: qui sono felice..."

Nicola Fudoli, il fondatore del <em>Giornale</em> lo assunse fin dal primo numero. E ora gli avrebbe rivelato come si vive &quot;di là&quot;: &quot;Un mondo di luce, luce, luce&quot;. Mandando a salutare la segretaria e la nipote. Dialoghi a distanza grazie alla moglie di un avvocato. &quot;Parlo anche con Pavarotti e con Mauro De Mauro, mio collega
all’<em>Ora</em>&quot;

Alle 16.35 del 22 aprile, giorno in cui avrebbe compiuto 100 anni, Indro Montanelli ha detto: «Sono molto felice di essere così amato e pensato. Io so tutto quello che state facendo. Mi piacerebbe parlare martedì in diretta per telefono perché devo dire quattro parole a Lorenzetto. Così non avrà più dubbi». Lo ha detto a un suo ex redattore, Nicola Fudoli, originario di Ciminà (Reggio Calabria), sposato, due figlie, che abita a Milano e che di anni ne ha compiuti 76 lo scorso gennaio. Due giorni prima, il 20 aprile, il caro estinto aveva detto allo stesso Fudoli: «Sono felice che finalmente si siano decisi a fare il lavoro giusto. Verrà un bell’articolo». Parlava di Mario Giordano, il direttore seduto da 19 mesi al posto che fu suo qui al Giornale, e del sottoscritto. Secondo me si sbagliava. Siamo tanto indecisi, non so se sia il lavoro giusto e temo che alla fine non verrà fuori un bell’articolo. Ma in qualche modo glielo dovevamo. Al Fondatore, intendo. Dall’aldilà ci teneva a far sapere questo a voi, i suoi inconsolabili lettori: «Io sto benissimo, sono alla luce e splendo di luce perpetua. Qui tutto è una meraviglia». Potevamo tenercelo per noi? Ci abbiamo meditato a lungo. Ma dài, ma no, ma ti pare. Alla fine ci siamo buttati. I tipi italiani sono così da 450 settimane: prendere o lasciare.
Tutto comincia un mese fa, quando mi telefona Adele Perego, che non sentivo da anni. Dalla fondazione del Giornale fino al 2002 è stata la segretaria di tutti gli amministratori delegati di questo quotidiano. Mi parla di Fudoli, che io non ho mai conosciuto: «Vorrebbe esporle una vicenda molto delicata, della quale anch’io sono stata testimone. Ma teme d’essere frainteso, ha persino paura a telefonarle». Tranquillizzi Fudoli, le rispondo, e gli dica di chiamarmi quando vuole.
L’anziano collega si fa vivo dopo qualche giorno. Passiamo subito al tu, il pronome personale d’ordinanza fra giornalisti. A fatica riesco a strappargli l’oggetto dell’ipotetica conversazione che dovremmo avere: «C’è di mezzo Montanelli». In che senso? «Mi parla dal paradiso». Questo qui è suonato, penso fra me. Però penso anche che in Italia abbiamo dato la prima pagina a un presidente del Consiglio persuaso d’aver individuato durante una seduta spiritica il luogo dove le Brigate rosse tenevano prigioniero Aldo Moro. Perché Romano Prodi sì e Nicola Fudoli no? «Non si tratta assolutamente di sedute spiritiche», s’inalbera il mio interlocutore. «Né medium, né piattini, né tavolini a tre gambe. Tutto avviene nella grazia di Dio, dopo aver fatto il segno di croce e recitato un Pater, un’Ave e un Gloria».
Prendo informazioni su Fudoli da coloro che hanno lavorato al Giornale prima che ci arrivassi io. Nessuno è a conoscenza di turbe psichiche attuali o pregresse. Curriculum rispettabile: giornalista dal 1953, esordio alla Gazzetta del Sud di Messina, parentesi alla Tribuna del Mezzogiorno, quindi all’Ora di Palermo; poi nel 1970, con i soldi dell’armatore repubblicano Amedeo Matacena, fondatore e direttore di Nuovo Sud, il quotidiano della rivolta popolare in difesa di Reggio Calabria capoluogo; trasloco all’Arena di Verona, da dove - su raccomandazione dello scrittore Cesare Marchi, grande amico di Montanelli - emigra a Milano, al Giornale che sta per nascere, redazione esteri. Ha lavorato a queste pagine dal primo numero, 25 giugno 1974, fino al 1988, quando è andato in pensione.
Dopo molte titubanze, Fudoli si decide a svelarmi i particolari. Al centro di tutto c’è Graziella Atanasio, 56 anni, residente a Messina, moglie di un avvocato e madre di tre figli. Montanelli «parla» con la voce di questa signora, che non lo ha mai conosciuto e che a malapena sa riconoscerlo in fotografia. Fudoli telefona in Sicilia. Lei si concentra per un minuto, quindi risponde alle domande in prima persona, come se fosse Indro. La signora è protagonista involontaria di quel fenomeno paranormale, investigato da psichiatri e psicologi, che va sotto il nome di «scrittura automatica»: a velocità impressionante, senza mai staccarsi dal foglio, la sua mano destra annota tutte le parole che la bocca pronuncia.
L’aspetto misterioso della faccenda è che la donna parla di cose che non sa e che in teoria non dovrebbe sapere. La prima volta che Adele Perego ha partecipato a uno di questi dialoghi ultraterreni, il 12 marzo, Fudoli le ha chiesto, o meglio ha chiesto a Montanelli: «Hai visto chi c’è qua?», ricevendone in cambio un secco: «Non sono cieco, c’è Adele». È stata la signora Perego a confermarmi che quel giorno Montanelli si mostrò a conoscenza di un’altra circostanza certamente ignota a Graziella Atanasio: il legame sentimentale che esisteva fra la stessa Adele, separata dal marito, e Arturo Amadeo, vedovo, che fu per molti anni il capo della tipografia del Giornale ed è scomparso nel 1997.
Specifico subito, per dovere di cronaca, che il mio «colloquio» con Indro, cominciato alle 11.43 di martedì scorso e durato 18 minuti, è stato piuttosto deludente, forse a causa del marcato scetticismo che mi pervade e che in altri tempi avrei definito montanelliano. Per avere certezza che lui fosse lui, mi sono azzardato a chiedergli se si ricordasse che cosa accadde di particolare quel giorno in cui venne a pranzo con Vittorio Feltri e me al ristorante Santini di Milano, allora situato in corso Venezia (penso di potervelo confidare: alla fine mi chiese in prestito 10.000 lire per darle di mancia al cameriere). A questo punto il Monumento s’è proprio scocciato: «Se tu vuoi credere alla mia esistenza in cielo, bene. Altrimenti non so cosa farci». Un agnostico che esorta un credente alla fede: non è un miracolo? E del resto dieci giorni prima, a sorpresa, Cesare Romiti aveva rivelato: «Indro non morì ateo».
Aggiungo, sempre per dovere di cronaca, che il 20 aprile Montanelli promise a Fudoli: «Appena esce l’articolo sul Giornale, ognuno di loro avrà un premio per il lavoro che faranno per me. Non posso dirti cosa». Il mio regalo l’ho avuto in anticipo: alle 9.06 di martedì, appena arrivato a Milano per raccogliere quest’intervista, ho ricevuto in auto una telefonata che mi annunciava un importante incarico professionale del tutto inaspettato. Liberissimi di non crederci, ovviamente. Ma è così.
Comunque secondo me la notizia non è che Indro Montanelli abbia qualcosa da dire persino dall’aldilà. La notizia è che ci sono in giro persone talmente innamorate di lui da sentirlo ancora vivo anche da morto.
Come hai conosciuto Graziella Atanasio?
«Ero comparello di suo fratello Saro, deceduto un paio di settimane fa».
Comparello?
«Padrino di battesimo».
Da quanto va avanti questa storia?
«Dall’agosto scorso. I primi colloqui si sono svolti nella villetta dei suoi genitori in contrada Mastroquartuccio di Sant’Alessio Siculo, vicinissima alla mia casa di vacanze».
La signora in che modo s’è accorta dei suoi poteri?
«Ha cominciato ad avere le prime sensazioni nel 1991, subito dopo aver perso un altro fratello, Luciano, per un incidente stradale».
Che genere di sensazioni?
«Sentiva Luciano intorno a sé. Profumi indescrivibili nell’aria, pizzicotti sul collo, pacche sul sedere come faceva quand’era bambino. Graziella rincasava e trovava le luci accese. Un giorno le ha persino innaffiato il giardino».
Sarà piovuto.
«Aveva bagnato una rosa sì e una no. E a Messina non era piovuto».
In che modo definiresti il tuo dialogo a distanza con Indro?
«Eeeeh...». (Allarga le braccia). «Lo sento vicino. Non dà mai giudizi sulle persone».
Starà espiando le critiche dispensate in vita.
«Sono tutti buoni lì, sai? Per loro l’amore è sopra ogni cosa».
Quante volte l’hai sentito?
«Dialoghiamo almeno una volta la settimana, per una decina di minuti».
Potresti ricavarci un libro.
«È già pronto. S’intitolerà Noi siamo vivi. Sottotitolo: L’amore muove tutto il mondo invisibile».
Tutto l’universo obbedisce all’amore. Lo diceva La Fontaine, lo canta Franco Battiato.
«Titolo e sottotitolo mi sono stati dettati da Samuel».
Chi è Samuel?
«Un serafino, uno degli angeli più vicini al trono di Dio. Era un nipotino di Graziella. Aveva una grave malformazione cardiaca. Ha vissuto soltanto 9 giorni. È nato con la missione di far sposare sua madre e suo padre. Appena mamma e papà sono diventati marito e moglie, lui è morto».
Qual era il tuo rapporto con Montanelli?
«Di grande deferenza. Sono stato uno dei pochi che fino all’ultimo gli ha dato del lei. Mi metteva soggezione. Lui ci scherzava: “Fudolino, scriviti le domande che vuoi pormi, altrimenti quando vieni da me t’impappini”. Una volta mi prese sottobraccio insieme con Paolo Isotta e disse: “Ecco i miei allievi”. Gli sarò sempre grato, e non soltanto per avermi assunto una ventina di giorni prima che Il Giornale uscisse nelle edicole».
Per che altro?
«Nel 1976 mia figlia Rosanna, all’epoca quindicenne, fu spinta contro una vetrata durante un gioco fra ragazzi. Arrivò al Fatebenefratelli col polso destro tagliato fino all’osso. La mano era perduta, bisognava amputarla. Montanelli mi mandò all’ospedale col suo autista, Enzo Maimone. Nel frattempo telefonò a un suo amico, il professor Ezio Morelli, che era primario di chirurgia plastica all’ospedale di Legnano. Rosanna fu subito portata là e operata d’urgenza, 350 punti di sutura per ricostruirle vene, nervi e muscoli recisi di netto. Se mia figlia può ancora scrivere, lo devo a Indro».
Parli a distanza solo con Montanelli?
«No, anche con Flavia Podestà. Te la ricordi?».
Me la ricordo sì. Redazione economia. Poi inviata alla «Stampa».
«Indro e Flavia sono sempre insieme. Prima di cercare te, avevo una mezza idea di interessare Mattino Cinque, la trasmissione di Barbara D’Urso. Perché loro da lassù ci tengono a far sapere che sono vivi, vogliono che la gente creda. Flavia mi ha suggerito: “A Mattino Cinque c’è un amico che conosci bene, cercalo”. Il giorno dopo guardo la trasmissione fino ai titoli di coda e chi trovo fra i nomi? Filippo Pepe».
Anche lui del «Giornale». Redazione romana. Poi portavoce del ministro Maurizio Gasparri.
«Io non sapevo che lavorasse a Canale 5».
Con chi altro chiacchieri?
«Con i miei cari defunti: genitori, due sorelle, suocera, un cognato medico, una nipotina. Con un amico d’infanzia, Nicola Jeropoli. Con Mauro De Mauro, sparito a Palermo nel 1970: eravamo insieme all’Ora. Col senatore Uberto Bonino, mio primo editore alla Gazzetta del Sud. E con Luciano Pavarotti. Ha chiesto al fratello di Graziella, suo omonimo, d’essere evocato. Si sentiva trascurato: “La mia seconda moglie e le mie figlie sono troppo prese dagli affari terreni”. Ha parlato bene di Adua, la prima moglie, e della sorella Gabriella».
De Mauro non ti ha indicato i nomi dei suoi assassini?
«No. Mi ha detto solo: “Non te ne parlo perché tu hai la lingua troppo lunga, non voglio metterti in pericolo. Ma sappi che i miei carnefici sono tutti già morti”».
I defunti come descrivono l’aldilà?
«Luce, luce, luce. Un mondo di luce, di amore, di pace. Indro dice che in cielo sono giovani e belli, hanno tutti 33 anni, indipendentemente dall’età al momento del decesso. Ci sono cinque dimensioni: la prima, morti per vecchiaia; la seconda, per incidente; la terza, per malattia; la quarta, per morte violenta, i più bisognosi di consolazione; la quinta, Dio circondato da cherubini, serafini e santi».
Montanelli ha fatto rivelazioni che non t’aspettavi?
«Ha definito Barack Obama “uomo della provvidenza”. E ha detto che il Signore tornerà sulla Terra».
Per chi ha avuto parole affettuose?
«Per tutti. Ma in particolare per Iside Frigerio, la sua segretaria. E per la nipote Letizia Moizzi, la cui nonna, Colette Rosselli, era la moglie di Indro. Il 20 aprile mi ha detto: “Saluta la mia nipote adorata. Abbracciala per me e dille che non si dimentichi del vecchio brontolone. Io sono sempre accanto a lei. Adesso vado a lavorare e vi abbraccio con amore infinito”».
Ma come? I giornalisti non si godono la pensione neanche in paradiso?
«Vanno a lavorare dove c’è più bisogno di affetto. In questo momento sono impegnati ad asciugare le lacrime in Abruzzo. L’ho saputo da mia madre Rosa, che è un arcangelo».
A chi altro hai parlato di questi tuoi «contatti»?
«A Mario Cervi. A Magda Tommasoli, che lavorava alla Notte. A Maria Celeste Crucillà, inviata di Oggi. E a mio fratello Bruno, anch’egli giornalista».
Che però s’è tenuto alla larga dallo scoop.
«È in pensione».
Lo sai che cosa diranno, vero? Che ti approfitti del nome di Montanelli per avere il tuo quarto d’ora di celebrità.
«Non m’è mai interessato finire sui giornali. Li ho soltanto fatti. Gianni Ferrauto e Amedeo Massari, gli amministratori storici del Giornale, e Gianni Granzotto, il padre di Paolo, te lo confermerebbero. Ma purtroppo sono morti, a parte Ferrauto».
Perché la signora Atanasio fa tutto questo?
«Non certo per soldi. Prima aveva un negozio di pelletteria. Ora accudisce i genitori infermi. Se ti dico che lei sapeva da tempo che suo fratello Saro sarebbe morto 15 giorni fa, ci credi?».
Sei cristiano?
«Cattolico praticante».
Non hai letto il Deuteronomio? «Non si trovi in mezzo a te chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore».
«Voglio discuterne con qualche sacerdote. Ho bisogno di conforto. Matto non sono. Ho sempre creduto e credo nell’aldilà e nella possibilità riservata ad alcuni prescelti di comunicare con gli spiriti dei defunti assunti alla luce senza fine. In vita Indro non ci credeva. Ma adesso che ha visto, ci crede anche lui».
E chi va a spiegarlo ai suoi lettori agnostici?
«Glielo spiego io col libro Noi siamo vivi. Loro sono vivi».
(450. Continua)
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