IL GIORNO DEI SOGNI FINITI

La palla che scivola muta oltre la linea di porta è una beffa e un saluto quasi d’addio. Questo è un giorno in cui si fatica a non guardare ai sogni con una certa amarezza. Le facce azzurre che stramaledicono la fortuna allo stadio Letzigrund di Zurigo, probabilmente, non badano a quello che è successo ore prima più a Nord, quando il cielo d’Europa si è spento in Irlanda. Sir John Pentland Mahaffy, maestro di Oscar Wilde, diceva che da quelle parti, in Irlanda, «l’inevitabile non accade mai, l’inatteso costantemente». Sono tipi strani gli irlandesi, anche quando sognano restano con i piedi ben piantati per terra. Questa Europa di cartone, con le quote alimentari e i vestiti grigi dei banchieri, che spreca milioni di fogli e parole per disquisire sulla circonferenza delle mele e le misure dei preservativi, li ha fatti diventare ricchi. Ma non è mai riuscita a emozionarli davvero. È per questo che quando si sono trovati a votare il trattato, la costituzione, hanno detto no, sotterrando i sogni sotto una pinta di birra. Gli affari sono affari e il portafoglio non ha valori, religione, identità. Il portafoglio parla lingue diverse e non guarda al colore dell’euro, ma il cuore, signori, è un’altra cosa. Il cuore è terra e sangue. È la tomba dei morti. È il sapore di quelle vecchie storie che James Joyce ascoltava nelle notti dublinesi. Il cuore è l’orgoglio dei propri difetti. È stare qui, in un pomeriggio di una tarda primavera, a giocarsi l’Europa con i fratelli romeni, che avranno pure il passaporto Ue e una lingua che riecheggia il latino, ma davanti alla porta di Buffon fai fatica a non vederli clandestini. È questa la triste verità. È tutta lì la lezione irlandese: l’Europa passa quando si contano i soldi, ma se si parla di sogni serve almeno un pezzo di cuore. Non basta un palazzo di burocrati costruito sull’acciaio e sul carbone.
L’Europa era un sogno. Era il monaco Isidoro Pacensis, il primo che parlò di «europei», quei soldati di Carlo Martello che a Poitiers fermarono i mori. Era la religione laica, morale e spirituale, di Mazzini. Erano Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni a Ventotene. Era la guerra suicida e l’alba del secolo americano, con la voglia poi di ricominciare, mattone dopo mattone, con i dollari del piano Marshall. Era la redenzione degli sconfitti, che guardavano oltre con i volti di Adenauer e De Gasperi. Era un mercato comune come ambasciatore di pace, per cancellare secoli e secoli di soldati francesi, prussiani, inglesi, spagnoli, olandesi, scandinavi e, sì, anche italiani a contendersi il suolo metro a metro in nome della fede o della patria, o di una qualsiasi scusa per sputarsi addosso. Era perfino l’utopia positivista dell’Esperanto, lingua da laboratorio, geneticamente modificata e con l’anima di Frankenstein. Idioma nato morto, ucciso dalla presunzione di voler ereditare l’universalità perduta del latino. L’Europa dei sognatori era tutto questo. Era gli Stati Uniti d’Europa.
Non sempre le cose, le storie, vanno come dovrebbero andare. Basta un gol cancellato da una svista burocratica. Basta perdere l’entusiasmo, non crederci più. Basta una percentuale. Gli irlandesi che hanno detto “no” non sono tanti, poco più di centomila elettori, uno stadio pieno, magari un po’ affollato. Chi si diverte con le statistiche dice che è lo 0,4 per cento delle circoscrizioni elettorali. I sogni sono così, vanno giù con un raffreddore. E un po’ dipende anche da come li racconti.
L’Europa l’hanno raccontata male. Ti arrivano queste direttive da scrivanie lontane, dettate da gente senza volto. L’impressione della gente normale, quelli che mandano a quel paese Del Piero e il suo uccellino e con le viscere stanno con Cassano, ribelle a ogni burocrazia, è che i signori in grigio vogliono codificarti la vita. Ti dicono quando e come mungere le vacche, quanta aria respirare, chi scegliere come vicino di casa. È questo il guaio dell’Europa, evoca noia e fastidi. È il mutuo che sale ogni volta che quelli lì dicono: su i tassi. È eleggere gente che non conta nulla e prende stipendi d’oro. È avere come eroe un banchiere. È chiedersi dove sta l’Estonia. È annullare tutte le identità in cambio di qualcosa che galleggia. È la delusione di un’intera generazione che ha creduto davvero nell’Europa, viaggiando sacco in spalla sui binari dell’Interail e affogando le notti nell’Erasmus, a cui hanno detto: servono sacrifici, l’Europa ci chiede di far quadrare i conti dello Stato, pagate, pagate, rinunciate alla pensione, siamo i cittadini di un sogno. E questi hanno pagato. Si sono sacrificati. Ma ogni tanto si domandano: in cambio di cosa? In cambio di un sogno che ha come capitale Bruxelles? Ci vuole tanta fantasia per sognare a Bruxelles. Ci vuole fegato. Eccolo il sogno, aggrappato a un rimpallo, a una manciata di sì e di no sulla bilancia della storia. Addio Europa. Addio ora che Mutu sta battendo il rigore. La palla rimbalza sulla mano di Buffon e poi sul piede. È tutto quel che resta, una speranza in bilico.